Figli: la recensione del film di Mattia Torre

20 gennaio 2020
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Quel che racconta questo film è la più bella eredità che Mattia Torre potesse mai lasciarci.

Figli: la recensione del film di Mattia Torre

La morte di Mattia Torre è stato un evento che mi ha molto colpito. No, non ero un suo amico: non lo avevo mai nemmeno incontrato, né per ragioni di lavoro né tantomeno per altre. Mi sono sempre piaciute, molto, le sue opere, quello sì, ma non è stato l'unico artista che ammiravo a lasciarci prima del dovuto. Non so esattamente perché ne sono rimasto così colpito: forse per ragioni di prossimità anagrafica, o di composizione familiare (l'altra morte che mi aveva molto colpito, non a caso, è stata quella di Enrico Fontanelli); o forse perché qualcosa, in quello che scriveva, me l'aveva sempre fatto sentire vicino, familiare.
Fatto sta che scrivere di Figli mi ha comportato un particolare coinvolgimento emotivo, e posso solo immaginare quanto sia stato complicato, per i suoi amici, girare questo film. E il fatto che sia così riuscito, il film, è al tempo stesso miracoloso, ovvio, e bellissimo.

Da quarantenne con figli, non puoi non riconoscerti nella storia e nei personaggi di Figli.
Nelle dinamiche che racconta, nei piccoli gesti di affetto quotidiano (le solleticate...), nella lettura delle storia alla sera; nelle feste terrificanti e le cene coi genitori di scuola, e nelle stramaledette chat di classe, che a sentire in giro tutti odiano, ma dalle quali nessuno pare davvero esimersi. Nelle difficoltà di avere a che fare con un neonato - col secondo neonato - e dover rifare tutto daccapo, e con fatica doppia, mentre la vita implacabile va avanti e diventa sempre più complicata. Nelle tensioni tra le due parti della coppia, nelle liti, nei tentativi di pianificazione, nelle fughee nelle riappacificazioni.

Ti riconosci e ridi, certo, perché Mattia Torre ti fa sempre ridere. Ma al tempo stesso ti vergogni. Perché ti riconosci, e ti riconosci nelle isterie, nelle piccole meschinità, nelle ipocrisie e nelle pavidità.
Perché Mattia Torre ha sempre fatto anche quello, mostrarti anche il peggio di quello che sei e hai intorno, ma lo ha fatto tirandosi sempre in ballo in prima persona, bersagliando sé stesso prima degli altri, e così facendo levandoti la possibilità di scansarti, e di ignorare. L'alibi di dire "ma no, dai, quelli non siamo noi."
Puoi solo riconoscerti. Riconoscerti, ridere, e vergognarti. E poi però puoi - devi - riempirti di una piccola, grande speranza che ti scalda il cuore. Perché Mattia Torre quello ha sempre fatto: e non è mai stato cinico, nichilista o distruttivo. Tutto il contrario.

Se non sei quarantenne, o se i figli non li hai, non importa. Ti riconosci lo stesso, se vuoi, nel mondo che racconta Mattia Torre. Che è quello di una coppia, sì, ma è anche l'Italia di oggi, il mondo dove tutti noi viviamo.
L'Italia che, dice Torre, vive nel terrore delle cartelle di Equitalia, è capace di un disamore e di sciatterie sconfortanti, nella quale tutti odiano tutti, dove non si è stati educati a occuparsi degli altri e l'imprinting patriarcale è difficile da scrollarsi di dosso.
Un'Italia in mano a una generazione - quella dei padri dei quarantenni, quella dei figli del boom (e degli ex sessantottini) che hanno avuto tutto senza lasciarci niente - contro la quale a un certo punto Paola Cortellesi si scaglia con una reprimenda irresistibile, cui segue una risposta di raggelante verità, nell'unico momento dove in Figli emerge un pizzico di cattiveria e di rabbia vere, e non solo dettate dalla stanchezza, o dai dubbi sull'amore.

Mi sono allora chiesto se stesse lì, nel ragionare sul paese, quello cui Torre teneva di più in questo suo ultimo film. E ho pensato che sì, lì c'era un senso importante, ma solo e soltanto nella misura in cui quel ragionare era il riflesso di un altro: come è sempre stato nelle sue opere, capaci di parlare allo stesso tempo di tante cose assieme, e di tenere assieme tanti piani.
Il riflesso di un ragionare universale, particolare per i quarantenni con figli, ma anche più privato e intimo di quanto possiamo probabilmente immaginare. E di quell'aspetto privato e intimo, proprio perché tale, non è il caso di parlare, ipotizzare, analizzare.

A un certo punto, la pediatra guru interpretata da Daria Deflorian dice a Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi che le cose si possono cambiare solo se vengono accettate. E subito dopo, in un'altra scena, il personaggio della Cortellesi parla di cura, e delle piccole cose che la raccontano.
Ricordarci di accettare ciò che la vita ci mette di fronte per poterlo cambiare (proprio quando a lui è toccato accettare quello che non poteva cambiare in alcun modo); di avere cura di noi stessi, e di chi amiamo, e del nostro paese; dell'importanza enorme delle cose piccole; di imparare a sorridere per spezzare la spirale di un conflitto e abbracciare l'amore: tutto questo è Figli, e la più bella eredità che Mattia Torre potesse mai lasciarci.

Non dovremmo mai smettere di ringraziarlo, Mattia Torre. Come di ringraziare chi ha reso possibile e fatto, questo film. Su tutti, il regista Giuseppe Bonito, che ha avuto il compito più duro, la responsabilità più grande, e l'ha portata avanti. Magari col tremore alle ginocchia, ma un coraggio e una lucidità che in pochi, pochissimi sarebbero stati in grado di avere.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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