Fai bei sogni Recensione

Titolo originale: Fai bei sogni

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Fai bei sogni: recensione del film di Marco Bellocchio tratto dal romanzo di Massimo Gramellini

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Fai bei sogni: recensione del film di Marco Bellocchio tratto dal romanzo di Massimo Gramellini

Ammetto che anche io, come molti, quando ho saputo dei progetti di Marco Bellocchio mi sono chiesto cosa mai avesse mosso un regista come lui a girare un film da un libro di Massimo Gramellini. E, tanto per proseguire con le ammissioni, devo dire che la visione di Fai bei sogni non ha diradato del tutto le nebbie dei miei dubbi e dei miei interrogativi. 
Eppure, allo stesso tempo, è chiaro che a Bellocchio stava a cuore qualcosa di più profondo della storia letterale e autobiografica del vicedirettore della Stampa, della trama stretta di quel romanzo nel quale il giornalista torinese racconta, con un impeto di autobiografia autoanalitica, la sua vera storia: la morte di sua madre quando aveva nove anni, e tutta una vita segnata in un modo o nell’altro da questa perdita con la quale non era mai riuscito a fare veramente i conti. 

A dirla tutta, sembra addirittura evidente che il regista abbia riservato qualche bonaria frecciatina al giornalista torinese e allo stile che l’ha reso celebre: prima, quando al Massimo di Valerio Mastandrea, diventato adulto e giornalista, tutti fanno i complimenti per lo stile diretto e senza retorica; poi, quando dopo la pubblicazione della sua celebre risposta a una lettera su La Stampa, assieme alle lodi arrivano anche le voci critiche. 
Ma, onestamente, m’interessa pochissimo stare a vedere e analizzare al microscopio il rapporto tra Bellocchio e Gramellini: m’interessa vedere come (e perché) il regista abbia voluto filtrare attraverso la sua sensibilità e le sue ossessioni quel testo lì, bello o brutto che sia. Non è la parabola di vita di Gramellini, ad aver conquistato Bellocchio: ad attirarlo, forse, i passaggi segreti che quel testo gli permetteva di prendere ed esplorare. 

La grande questione sollevata da Fai bei sogni, infatti, non sta nell’esame della psicologia di una persona rimasta orfana in giovane età, o comunque non solo: sta nel rapporto mai completo e ambivalente con la perdita. Quello di Bellocchio, coerentemente con le costanti e ardite tentazioni metafisiche del regista, sembra quasi il film che vuole raccontare la vita di un orfano dal punto di vista del genitore morto, che a suo modo ha perso un figlio così come, in questo caso, un figlio ha perso una madre.
Detta in altri termini: nel dolore e nei ricordi del personaggio di Mastandrea, Bellocchio fa risuonare tutto il dolore ipotetico di una madre o di un padre che hanno abbandonato per sempre i loro figli: magari non solo con la morte, ma anche con un atteggiamento freddo e autoritario, anaffettivo, come nel caso del padre di Massimo. E in qualche modo, Fai bei sogni è un film per genitori, più che per figli. Su una madre, oltre che su un orfano. Un film dove due rabbie e due mancanze si scontrano. 

Ipotesi, queste che ho fatto, ma che trovano ulteriore validazione nel tono quasi un po’ piatto, retorico e didascalico col quale si raccontano le parti più esplicitamente gramelliniane della storia: quelle di un Massimo adulto alle prese con un luciferino simil-Raul Gardini interpretato da Fabrizio Gifuni, con le sue difficoltà ad amare, con l’esperenza a Sarajevo, o con il successo professionale. Per contro, il meglio Fai bei sogni lo da quando racconta con lo stile dell’horror gotico l’infanzia del Massimo bambino, e quando fa metafisicamente intrecciare i piani nel giro di pochissime inquadrature: quando l’essere adulto e l’essere bambino, l’essere genitori e l’essere figli, si confrontano direttamente, e il dolore trova una sua collocazione. 
Buongiorno, notte si chiudeva con la passeggiata impossibile di un Aldo Moro libero per le strade di Roma; Fai bei sogni, anche lui, col sogno più bello: quello di una sparizione che era solo uno scherzo, e con la memoria di una madre con la quale chiudersi per sempre nella scatola dei ricordi.

Fai bei sogni
Il trailer del film - HD
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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