Fabrizio De André - Principe Libero: recensione della fiction biografica sul grande cantautore italiano

19 gennaio 2018
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Sarà al cinema, passerà in tv (per la quale nasce) diviso in due parti: ma a prescindere dallo schermo è un'opera intelligente che non cerca la Verità ma propone l'idea di un personaggio.

Fabrizio De André - Principe Libero: recensione della fiction biografica sul grande cantautore italiano

C’è questa cosa, questa questione spinosa, relativa alla rappresentazione sullo schermo - di un cinema, di un televisore, di un computer o di un tablet, da questo punto di vista importa assai poco - di personaggi noti, realmente esistiti, magari anche molto amati.
Da un lato ci sono le questioni legate all’immagine: l’iconografia, i volti, i trucchi, le parrucche. Non è facile (nemmeno per gli americani, figuriamoci un po’ qui da noi, si potrebbe dire con scarso amor patrio) evitare nella ricostruzione un effetto un po’ ridicolo, risibile, parodico; e poi il volto dell’attore, sebbene camuffato, o proprio perché conciato a tal guisa, finisce con lo stridere con quello vero personaggio, ingenerando strani e poco gradevoli cortocircuiti.
Dall’altro c’è quella di una vita vera, una storia vera, fatti realmente accaduti di cui i fan più o meno accaniti conservano e tramandano il ricordo, di cui la cronaca ha dato conto, che la storia ha registrato. E allora ecco lì che stanno tutti col fucile puntato, a dire che no, le cose non sono andate così, che quel dettaglio o quell’episodio sono stati colpevolmente omessi, o travisati, che manca questo o quell’altro. E insomma non va mai bene niente a nessuno, perché se si tradisce troppo si è sacrileghi, se si imbelletta si è agiografici, se invece sei troppo attaccato ai fatti si è pedante, e noiosi.

Questi due piani sono intrecciati, ma non interdipendenti. Può riuscire uno, e riuscire meno l’altro. Spesso, sono deficitari o fallimentari entrambi. Raramente, funzionano tutti e due.
Quando succede, è perché sia nell’iconografia che nel racconto non ci si infila nel vicolo cieco della fedeltà a tutti i costi, della ricerca ottusa e un po’ impossibile della mimesi, e di un Vero che forse è irraggiungibile per chiunque, ma si sceglie un’altra strada. La strada che porta al racconto non di un personaggio così com’è o com’è stato, ma dell’idea (di un’idea) di quel personaggio.
Un punto di vista, se vogliamo: uno sguardo che sappia che non è necessariamente grave trascurare o tradire, se quel che rimane e c’è è coerente col ritratto che si ha in testa; che sia consapevole del fatto che la Verità, al cinema o in tv, non solo è irraggiungibile, ma forse, tutto sommato, perfino inutile.
Se Fabrizio De André - Principe libero funziona, e funziona bene, è proprio per questo motivo: perché prende un grande cantautore, un poeta, un artista diventato un’icona a volte fin troppo santificata e ostentata (e non fa mai bene a nessuno, questo) e l’ha raccontato avendo ben presente la differenza e la distanza che ci sono tra una vita reale e una raccontata, tra una persona e un personaggio, ma senza dimenticare di ammantare quel personaggio dell’essenza della persona.
Poi certo, funziona anche perché è scritto, diretto, fotografato e interpretato meglio di molte altre fiction italiane recenti e meno recenti, ma l’impressione è che tutto questo sia solo il precipitato, la diretta conseguenza di quella scelta fatta a monte.

Basti vedere Luca Marinelli, volto e simbolo di tutta l’operazione.
Un Marinelli che da lontano, o nella penombra, è identico a De André in maniera impressionante, ma che da vicino, o illuminato, non è lui, non del tutto.
Un Marinelli che - vivaddio - non cerca di imitare, di calcare: magari assume qualche posa, qualche postura, sì, ma poi torna a distanziarsi. Che parla come parla lui, Luca, magari infilando nel parlato qualche intonazione romanesca, piuttosto che tentare un improbabile accento genovese, e mantenendo il suo timbro nel cantato.
Marinelli sta nello spazio del personaggio, e rimane lì, dove deve stare, è sa sempre chi deve essere. È lì, a metà strada, mai troppo vicino, o troppo lontano dal modello, che piazza il suo De André, il De André dello schermo, sospeso in perfetto equilibrio tra i poli opposti della persona e dell’attore.
Ed è su questi continui slittamenti, su quelli che potremmo chiamare cambi di fuoco mentali, che si gioca tutto il racconto della fiction diretta da Luca Facchini e sceneggiata da Giordano Meacci e Francesca Serafini: che hanno preso eventi e persone chiave nella vita di Faber, li hanno isolati, rivisti, reinterpretati, ne han fatto sineddoche di tutto il resto.

Si parte dal rapimento, si torna indietro. Si arriva nuovamente al rapimento e lo si supera, con un alternarsi di momenti significativi, in dialogo silenzioso tra di loro: non scenette, ma episodi che hanno valenza singolare e collettiva. Capaci tutti assieme, e negli spazi che li separano, di raccontare una storia, una vita, ma soprattutto lo spirito che l’ha animata.
Si parte dal rapimento, appunto. Da una prigionia. Perché quello che racconta Fabrizio De André - Principe libero, prima di tutto il resto, sta già nel titolo: la ricerca della libertà, che per De André era libertà dalle convenzioni, dalle costrizioni, dalle regole che non fossero le sue. “L’anarchia non è fare quello che ti pare,” dice a un certo punto il Faber di Marinelli. “L’anarchia è darsi delle regole prima che te le diano gli altri.”
La libertà di una ricerca, delle parole e dalle parole, lui che era ossessionato dal trovare il modo di parlare delle cose in maniera diversa da quella degli altri, e nuova.
La libertà da sé stesso, dalle sue ossessioni, dalle sue insicurezze, dai suoi fantasmi.
La libertà di poter essere cupo e pensieroso, e un secondo dopo scanzonato, goliarda, cazzone. “Tu fai ridere. E sai ridere,” gli dice Luigi Tenco, sbronzo, di notte, su una spiaggia genovese.

Sta tutto lì, tutto dentro una fiction che è un film, o un film che è una fiction, poco importa, anche se nasce per la tv, e che è prima di tutto una cosa che si è data regole sue prima che gliele dessero gli altri.
Tutto che passa attraverso lo sguardo tormentato e amoroso di Marinelli, e sul suo sorriso sbilenco, sui volti degli altri protagonisti, da Valentina Bellé che è una Dori Ghezzi dagli occhi scuri a un Gianluca Gobbi che è un Paolo Villaggio somigliantissimo, eppure quasi sconosciuto rispetto a quello che conosciamo.
Passa tra le note delle canzoni di Faber: quelle giuste, mai troppo scontate, mai troppo sbandierate, sempre al servizio del racconto e non il contrario.
Passa, e compone un ritratto che magari potrà non piacerà agli integralisti della chiesa di De André (gli integralisti ha sempre da ridire) ma che è puro De André nella sua voglia di essere libero, e diverso, di indagare e conoscere quello che gli altri han tralasciato.
Il ritratto ad opera di un attore, da un cast, da un regista e degli sceneggiatori che non presumevano mai di dare una Verità in pasto al pubblico, ma uno sguardo; e che non poteva che chiudersi con un ribaltamento di quello stesso sguardo: con loro che tornano a guardare il Fabrizio De André persona e non personaggio, quello che sono lui stesso poteva incarnare.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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