Fabian - Going to the Dogs: la recensione del film tratto da un romanzo della repubblica di Weimar

17 agosto 2022
3.5 di 5

Bell'adattamento di un romanzo poco noto di Eric Kästner, che racconta personaggi presi da una crisi sentimentale e morale nella Berlino pre-nazista. La recensione di Daniela Catelli.

Fabian - Going to the Dogs: la recensione del film tratto da un romanzo della repubblica di Weimar

Eric Kästner, Alfred Döblin, Kurt Tucholsky: sono solo tre degli autori più rappresentativi tra i molti che hanno vissuto e operato nella Germania pre-nazista, nella cosiddetta repubblica di Weimar, scrivendo romanzi o saggi polemici o satirici che oggi appaiono profetici in modo inquietante. Come se quegli scrittori fossero stati in grado, grazie ad una sensibilità esasperata, di captare l’aria dei tempi e restituirla sulle pagine attraverso i loro personaggi, anche se la “grande storia” e la catastrofe verso cui il mondo stava per precipitare a capofitto restano sullo sfondo. Con una bacchetta da rabdomante questi artisti sono riusciti a captare i segnali, gli stessi che purtroppo sembrano manifestarsi anche nella nostra epoca. "Fabian – Storia di un moralista ovvero l’andata a puttana" (così è stato pubblicato in Italia mettendo insieme il primo titolo e quello successivo), pubblicato nel 1932, appena un anno prima della conquista del potere da parte di Adolf Hitler, quando comunque il Partito Nazionalsocialista era già la seconda forza politica del Paese, è uno di questi libri. Attraverso la storia di un personaggio che vive alla giornata, navigando a vista in tempi bui, racconta il presente di Eric Kästner, da noi più famoso per i libri per ragazzi come il bellissimo "Emilio e i detectives".  L’inflazione, l’ascesa di individui malvagi e opportunisti, la condizione dei reduci e mutilati di guerra, l’impossibilità per un giovane di sognare in grande senza soldi, o per un suo coetaneo ricco ma liberale di coltivare gli alti ideali filosofici dei padri del pensiero tedesco: tutto questo è al centro di Fabian – Going to the Dogs, il film che Dominik Graf ha tratto dal romanzo, facendo un lavoro di “traduzione” in cui niente è lasciato al caso, dal lavoro sugli ambienti e sull’immagine, dall’ingresso che ci porta dall’uscita della metropolitana della Berlino odierna a quella di 90 anni fa allo studio dei personaggi che compaiono nella storia, ognuno con una fisionomia e un’identità ben definita.

Le tre ore di durata, che qualcuno ha definito “troppe”, sono funzionali alla storia del giovane Fabian – accompagnata da una voce fuori campo forse all’inizio troppo presente, ma che quando deve si dirada – che tutti chiamano per cognome (il nome è Jacob), che di giorno lavora, con poca voglia e sempre in ritardo, come inventore di slogan per una ditta di sigarette, di notte vive la vita dei locali notturni, dei bordelli, dei cabaret con personaggi estremi dove tutto o quasi è consentito. E’ un ragazzo di provincia: viene da Dresda ed è legatissimo alla madre e all’amico Labude, facoltoso figlio di un avvocato viveur, che stimola a presentare la sua tesi in filosofia. Fabian viene licenziato proprio quando sogna una vita con la barista/esperta di diritto cinematografico e aspirante attrice Cornelia, di cui si innamora pazzamente e che casualmente vive nella sua stessa pensione. Lei è ambiziosa e vuole coronare i suoi sogni a qualsiasi costo, lui soffre le pene dell’inferno ma obbedisce alla sua richiesta di non ostacolarla.

In fondo Fabian si lascia vivere e assiste alla rovina di tutto quello che amava a causa della violenza, della malignità e della vigliaccheria di chi sa che resterà impunito perché appartiene al “nuovo ordine”, anche se a un certo punto sembra quasi che la luce si riaccenda e che il protagonista invece di arrendersi, spinto dal grande amore che prova per Cornelia, che non sembra disposta a rinunciare a lui, decida di tornare alla lotta e alla vita attiva. Ma è un’illusione, che finisce nel modo più altruista e insensato possibile in un mondo che diventerà ben presto indifferente alla morte programmata di milioni di innocenti nei campi di sterminio. Questa sensazione di destino imminente e di perdita della speranza aleggia costantemente sulle spalle del protagonista, il cui inutile sacrificio finale diventa il simbolo di una gioventù travolta e spazzata via da una storia senza pietà per i deboli. Resta dopo la visione, oltre alle belle performance di Tom Schilling (con la giusta faccia di ragazzino, quasi un Karl Rossmann kafkiano) e Saskia Rosendhal, la sensazione che attraverso il passato il regista abbia voluto metterci in guardia sul nostro inconsapevole presente, dove abbondano i segnali di un oscuro futuro.

Fabian - Going to the dogs
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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