Experimenter - la recensione del biopic di Michael Almereyda con Peter Sarsgaard e Winona Ryder

23 ottobre 2015
3.5 di 5
40

La storia dello psicologo sociale Stanley Milgram.

Experimenter - la recensione del biopic di Michael Almereyda con Peter Sarsgaard e Winona Ryder

La vita dello psicologo sociale Stanley Milgram è stata stratificata tanto quanto la traduzione del suo cognome, che in ebraico vuol dire melograno. Non stupisce che un regista indipendente come Michael Almereyda abbia trovato la sua vicenda interessante, tanto da realizzare Experimenter. Ebreo ungherese emigrato durante il nazismo con la famiglia negli Stati Uniti, condusse nel 1961 una serie di esperimenti comportamentali a Yale destinati a diventare una pietra miliare degli studi sociali, non solo in patria. Esperimenti che coinvolsero centinaia di persone comuni, scelte in modo da rappresentare il più possibile la varietà sociale e razziale degli Stati Uniti. Venne loro chiesto di inviare delle scosse elettriche di intensità sempre maggiore a una persona appena conosciuta seduta in una stanza adiacente, non visibile. Il professore e l’allievo, questi erano i ruoli. Un tentativo di ragionare e classficare la reazione nei confronti dell’autorità degli americani; capire in che modo particolari condizioni e un’autorità riconosciuta potessero condizionare il loro comportamento.

I risultati furono impietosi: l’80% delle persone arrivò fino in fondo, fino a una scarica di oltre 450 volt. Poco importa a Milgram che in realtà il destinatario di queste scosse fosse in realtà un complice, al sicuro e mai sottoposto a violenza. La reazione dell’accademia fu molto contraddittorio, in parecchi si appellarono alla mancanza di etica degli esperimenti, al loro essere stati realizzati con l’inganno. Si fermarono, insomma, al metodo, ignorando il merito.

L’America era uscita con il dominio politico, militare, ma soprattutto morale, dalla Seconda guerra mondiale, in sospeso fra il perbenismo degli anni ’50 e le prime ribellioni. Nelle università della Ivy League in cui insegnò inizialmente Milgram, Yale e Harvard, il conservatorismo era ancora solido. Un percorso accidentato il suo, quello di un uomo ossessionato dalle sue ricerche, moderatamente comune, non particolarmente simpatico, che cercò di sezionare la società americana negli aspetti sociali, al di fuori delle abitazioni, tanto quanto l’apripista Alfred Kinsey negli anni ’50 (come raccontato da Bill Condon in Kinsey) fece all’interno delle camere da letto, nella sfera privata e sessuale.

Il legame con l’esperienza dei totalitarismi europei fu ben chiaro al ricercatore: quello nazista e quello, coevo, comunista. “Obbedivo solo agli ordini”, era il refrain della burocrazia concentrazionista. Un’eccezione tedesca e europea, dunque, o una perversa deformazione dell’istinto umano? Una bomba pronta ad esplodere in ogni luogo, se innescata nella maniera giusta? Questi interrogativi se li pose con coraggio Milgram, ebreo nato nel 1933 - anno dell’ascesa al potere di Hitler - e morto nell’orwelliano 1984. Simboli, numeri, percentuali. Experimenter è un viaggio nel lato oscuro della mente umana, in quei meandri oscuri sinteizzati dalla Arendt, ed evocati ripetutamente da Almereyda, della “banalità del male”.

Un’interessante sfida per lo spettatore, appesantita da qualche pretesa pedagogica e formale di troppo che rischia di inquinare l’esperimento, ma per fortuna non ci riesce. La dimostrazione cinematografica di quanto, per citare Kierkegaard, “la vita può essere solo capita all’indietro, ma deve essere vissuta in avanti”.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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