Ex Machina: la recensione del primo film da regista di Alex Garland

24 marzo 2015
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Lo scrittore racconta una storia di manipolazione, tracotanza umana e intelligenza artificiale.

Ex Machina: la recensione del primo film da regista di Alex Garland

E’ una fantascienza da acquario quella che Alex Garland sceglie di tentare nel suo primo film, che arriva dopo una serie di romanzi e qualche sceneggiatura cinematografica; una fantascienza "da camera" in un certo senso, perché confinata all’interno di una casa high tech piena di stanze senza finestre, di vetrate e di corridoi che stanno fra Kubrick e Guerre stellari.
Nell’immensa “vasca” sono immersi pesci di varie specie: un genio malato di hybris, un’intelligenza artificiale con il corpo di un cyborg e il viso e il cuore di donna, un giovane programmatore incaricato di fare un test di Touring. Muovendoli come un burattinaio, il neo-regista si compiace della propria abilità di costruire trame e si crogiola nel piacere di creare un gioco d’inganni con cui solleticare la curiosità maliziosa e voyeuristica del pubblico, che s’identifica ora con l’uomo, ora con la sua replica digitale.

Esperto organizzatore di storie che beneficiano della tensione claustrofobica dell’unità di luogo, Garland sa cosa fare e, contemporaneamente al dipanarsi della vicenda, segue diverse piste tematiche, alcune più attuali e quindi urgenti, altre antiche come il genere cui Ex Machina appartiene.
Lo spunto più importante è certamente la manipolazione: dei sentimenti, delle informazioni, delle scelte. Che ad attuarla sia un motore di ricerca, una creatura meccanica o un essere umano, poco importa. Ciò che conta è la constatazione che, trincerati dietro una solitudine "elettronica" che possiamo riempire con ogni cosa, noi uomini del terzo millennio siamo diventati più fragili e vulnerabili che mai, più inclini ad "andare in crash" come fossimo vecchie macchine imperfette. E’ naturale quindi che le macchine che non sono state create dal buon Dio (o chi per lui) siano più avanti di noi e che ci superino in astuzia, calcolo, coscienza di sé e soprattutto sentimenti.

Già, perché Ex Machina è anche una storia d’amore fra un robot con un’anima e un’anima vestita di carne e di ossa che i robot li studia e li ammira.
Non staremo qui a elencare gli illustri precedenti cinematografici di queste dinamiche, che vanno da Blade Runner a Her . Ci basti dire che, nonostante la bellezza di Alicia Vikander, la sua Ava non ha certo la sensualità del computer raccontato da Spike Jonze e che nemmeno la tenerezza che emana dagli occhi di Domnhall Gleeson spinge il film in una direzione di romanticismo. Lo stiloso divertissement dell’autore di "The Beach" finisce infatti per essere contaminato dall’asetticità e glacialità del luogo in cui è ambientato.

Tutt’altro che algidi sono invece i tre attori protagonisti, a cominciare da Oscar Isaac, che rende particolarmente gustosa l’eccentricità di un cervellone spesso ubriaco ma sempre all’erta. Anche la partita a poker che i loro personaggi giocano bluffando è accattivante, peccato che la suspense accumulata si risolva in una conclusione caotica e frettolosa.

Senza svelare il finale del film, ci teniamo a dire che abbiamo amato il vento femminista che agita le sue ultime sequenze, se di femminismo si può effettivamente parlare. Diciamo che le donne la loro zampata la danno, alla faccia di chi tenta di ridurle a oggetti , siano essi di piacere o di studio.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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