Everything Everywhere All at Once: la recensione

06 ottobre 2022
3 di 5

I Daniels (quelli di Swiss Man Army) ragionano sul multiverso a modo loro in un film citazionista, anarchico, ultrapop, che nasce dal compostaggio delle immagini più rilevanti del cinema degli ultimi vent'anni, e non solo, e dalla ricomposizione a mosaico dei loro frammenti. Recensione di Federico Gironi.

Everything Everywhere All at Once: la recensione

A ben pensarci, nel multiverso noi ci viviamo davvero. La nostra vita è un multiverso: c'è l'universo del lavoro, quello del rapporto coniugale, quello dei figli; l'universo dei nostri sogni, quello delle nostre frustrazioni e quello dei mille problemi che la vita sembra diversi a metterci di fronte giorno dopo giorno. E, come ben sappiamo praticamente tutti, tranne a happy few, è che i veri problemi nascono quando, ovvero sempre, noi dobbiamo effettuare operazioni di alta giocoleria tra tutti questi molteplici universi in cui viviamo contemporaneamente.
E siccome sotto la fantascienza, dietro al kung fu, all'azione e agli effetti speciali Everything Everywhere All at Once parla di quello di cui tutti abbiamo conoscenza, ovvero di quel casino terribile della vita, dove tutto pare succedere sempre ovunque e nello stesso momento, ecco che il titolo pare quasi una dichiarazione d'intenti.
Non è solo dal caos delle nostre vite, che i Daniels hanno preso spunto, ma anche dalla sovrabbondanza sempre più eccessiva di stimoli e di informazioni dalla quale veniamo sommersi all'epoca del digitale e di internet.
Ecco che allora anche il loro film è sovrabbondante, e che le vicende rispecchiano il turbinare impazzito di stimoli visivi e sonori e informativi cui siamo sottoposti ogni minuto e che finiscono coll'annichilirci in una condizione di sempiterna superficialità.
Il problema, però, è anche anche EEAAO finisce spesso con l'essere schiacciato nella medesima condizione, a dispetto delle ottime intenzioni. E l'impressione è che, oltre che uno specchio ironico, gioioso ma anche triste della realtà, EEAAO sia, di questa realtà, un affresco manierista e inutilmente barocco.

I riferimenti sono chiari, e sono tantissimi. Non tanto i multiversi marveliani, che pure i Daniels, probabilmente, vorrebbero maneggiare volentieri, ma soprattutto Matrix, di cui EEAAO sembra una sorta di remake, o di reboot, se preferite, tanto nella trama quanto nell'estetica a cavallo tra il rétro e il futuribile, per non parlare del kung fu. Un Matrix dove però c'entra meno Baudrillard, e la filosofia orientale e non, ma dove centrali sono questioni spicciole, familiari, esistenziali in senso comune e banale, se mi passate il termine.
Al posto del signor Anderson, che pure i suoi problemi li aveva, una donna stretta in una morsa letale, con un marito che, anche se lei non lo sa, la ama ma vuole lasciarla, una figlia che non capisce e non accetta, un padre anziano un po' rimbambito ma sempre castrante, e un lavoro caotico che la costringe a stremanti dichiarazioni dei redditi. E, soprattutto, una morsa di dubbi: quelli che prima o poi abbiamo fatto tutti riguardo le scelte, grandi e piccole, che abbiamo fatto nel corso della vita e che ci hanno condotto dove (e chi) siamo adesso.
Spogliata dagli elementi fantastici e fantascientifici, dai multiversi e dal kung fu, la storia di EEAAO è quella, allora, di una donna che trova il modo di far pace con la propria vita, le proprie scelte e, soprattutto, con una figlia che non casualmente era diventata il villain della storia. Pace con la figlia, nel segno dell'amore e dell'accettazione e della compassione, rifiutandosi di soccombere allo stress, per non ripetere gli errori del passato.

Va bene, ci sta, non sarebbe poco.
Il problema non sta certo nel tema, o nella maniera un po' facilona di affrontarlo. Nemmeno che questo tema, come tutto quello che fa la sua apparizione in questo film, dagli attori alle scene d'azione passando per le citazioni pop e meno pop, sia rimando a qualcosa di altro, e che quella che è stata definità altrove l'originalità del film di originale, in realtà, abbia ben poco (e se mi citate le dita a hot-dog, guardatevi un Gondry a caso, e poi ne riparliamo).
Il punto, nel bene come nel male, è che EEAAO è ciò che nasce dal compostaggio delle immagini cinematografiche più popolari degli ultimi vent'anni (e non solo), dai cartoon Pixar al cinema d'autore di Wong Kar-wai, immagini isolate, private di contesto, frullate assieme, lasciate macerare e spalmate di nuovo su uno schermo. EEAAO è un film mosaico, di quelli che si trovano online, quelli che si fanno via algoritmo con gli screenshot dei film a formare un'immagine che non è nuova, ma replica di un'altra.
Si capisce benissimo che i Daniels se la siano spassata e che, sotto l'ombrello très chic della A24, si siano sentiti protetti e riparati e autorizzati a far ciò che volevano, con gaudente anarchia.
Ma non sempre noi che guardiamo ce la spassiamo allo stesso modo, e non sempre riusciamo a superare la vera, grande contraddizione di fondo di questo film: quella per la quale la critica implicità al caos sempre più rutilante delle nostre esistenze debba necessariamente passare per una sua rappresentazione estremizzata, nella quale il magma di immagini, informazioni, riferimenti è gettato addosso allo spettatore con una aggressività ludica sì, ma fin troppo compiaciuta.

Everything Everywhere All at Once
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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