End of Watch - la recensione del film con Jake Gyllenhaal

20 novembre 2012
3.5 di 5

Quello che per Woody Allen è l’Upper East Side per David Ayer è South Central, quartiere simbolo del degrado e della criminalità di Los Angeles.

End of Watch - la recensione del film con Jake Gyllenhaal

Quello che per Woody Allen è l’Upper East Side per David Ayer è South Central, quartiere simbolo del degrado e della criminalità di Los Angeles. Lì ci ha vissuto e lì ha ambientato Training Day, da lui scritto, e il deludente Harsh Times, da lui anche diretto.
Uno di quei quartieri in cui l’infinita distesa di case basse, squallide, che sembrano di cartone, diventano opprimenti. In cui lo skyline e i grattacieli sono solo lì sullo sfondo, nella Downtown che si staglia a pochi passi, ma così lontana. È circondato dalle autostrade che si insinuano dominando dall’alto il quartiere. Se vai in giro dopo il tramonto, ma non solo, o sei un criminale o sei un poliziotto. Anche lì gli ispanici si stanno espandendo ogni notte di più. I quartieri neri, in cui una volta “c’erano ovunque i chioschi che vendevano pollo fritto” ora hanno lasciato posto ai barrios degli immigrati ispanici. “Ci sono tacos ovunque”.
E’ proprio South Central il protagonista vero di End of Watch (EOW, la dicitura che i poliziotti in pattuglia scrivono sul rapporto a fine turno). Un mondo di buoni e cattivi, senza vie di mezzo.

Fra i buoni ci sono i due protagonisti, uno bianco (Jake Gyllenhaall) e uno messicano (Michael Peña). Sono più che colleghi, sono fratelli. Il tentativo di sdrammatizzare la dura vita degli agenti di strada li ha avvicinati, fin dall’Accademia sono coppia fissa. Le pattuglie trascorrono fra redbull, caffè e chiacchiere infinite. Il loro è un distretto in cui ci sono più chiamate in un anno di quante ne ricevano gli altri poliziotti della città in una vita di servizio.
Qui non ci sono sbirri corrotti. Può capitare di uccidere dei criminali, ma fa parte del lavoro.
Fra i buoni si ha a che fare con i detective, eleganti in giacca e cravatta, che la strada la vivono sì e no, o può capitare di pestare i piedi ai federali.
Fra i cattivi ci sono le gang che seminano il terrore a Los Angeles, sempre in lotta per il traffico di droga. Neri contro ispanici, con la presenza ingombrante dei cartelli messicani più a sud, oltre il confine, sempre più pericolosi.

Ayer le storie dei due protagonisti ce le presenta con camera a spalla, soggettive, videocamere usate da loro stessi, in un gioco fra osservatore e osservato, che a tratti ricorda un gioco sparatutto, ma talvolta distrae aggiungendo un punto di vista di troppo: il virtuosismo del regista.
Inizi col pensare che possa essere l’ennesimo film con poliziotti in pattuglia, ma poi ti entrano dentro, ti affezioni. Con poche scene ben centrate conosci le loro donne, il loro mondo, il senso di fratellanza.Nell’amore non hanno compromessi, come in pattuglia: “chiediti se puoi vivere senza di lei. Se la risposta è sì, dimenticala”.
Un film che ha pochi ingredienti: amicizia, adrenalina, armi e amore, ma li usa bene e tocca corde profonde. EOW.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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