Elegia americana: recensione del dramma di Ron Howard con Glenn Close e Amy Adams

24 novembre 2020
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La storia di una famiglia disfunzionale nell'America bianca rurale e in crisi, Elegia americana è l'adattamento per Netflix firmato Ron Howard di un libro fra i più apprezzato degli ultimi anni oltreoceano.

Elegia americana: recensione del dramma di Ron Howard con Glenn Close e Amy Adams

Uno dei simboli di stabilità familiare a Hollywood, Ron Howard affronta per la prima volta una storia che si concentra sul nucleo principale della società, senza intorno sfumature di genere. Lo fa adattando un libro di quattro anni fa in cui JD Vance rievoca la storia personale e della sua famiglia disfunzionale, concentrandosi sulla fine degli anni 90, proprio mentre Bill Clinton concludeva il suo primo mandato presidenziale e si rimetteva in gioco con una nuova campagna elettorale. 

Occasione per ragionare sui bianchi poveri, quel bacino elettorale cruciale per l’elezione di Trump nel 2016, all’interno della Rust belt - qui siamo fra Kentucky e Ohio -, zona arrugginita come i resti degli enormi macchinari in disuso che alimentavano l’industria mineraria ed estrattiva, al cuore dell’economia di queste zone per decenni. Ormai sono rimaste come monumenti alla crisi degli hillbilly, termine dispregiativo con cui vengono chiamati i bianchi delle zone rurali. Hillbilly Elegy, è infatti il titolo del romanzo e del film in originale, a identificare quindi uno sguardo attento su un fenomeno sociale intero, mentre il titolo italiano, Elegia americana, meglio focalizza il perimetro all’interno del quale Howard si è poi mosso. Sarà per paura di alienarsi alcune categorie di telespettatori, vista l’ossessione di Netflix per la smussatura di ogni conflitto e una proposta che sia universale, ma rispetto al romanzo è sparita ogni analisi che andasse al di là della specifica vicenda di una famiglia disfunzionale. Già questo, va detto, fa perdere sfumature interessanti, mettendo in risalto una dinamica quantomeno abusata.

E famiglia sia, dunque. È composta da una nonna iper dinamica e in fondo saggia, Glenn Close, indurita presto dalla vita, costretta a cambiare stato e portare avanti una gravidanza a 13 anni, oltre a sopportare le violenze del marito. C’è poi la madre, Amy Adams, incapace di creare un rapporto empatico col figlio, il JD autore del libro, anche perché ricade continuamente nell’abuso di droghe e di amanti violenti. Entrambe le attrici sono pesantemente (s)truccate in modo da risultare invecchiate e appesantite, al servizio di quelle interpretazioni create dal sarto per gli Oscar: grandi drammi, urla.

Spogliato di ogni possibile elemento controverso, o ritenuto sociopoliticamente divisivo, Elegia americana rimane un melodramma dai grandi pianti, tra l'altro banalizzati dalla difficoltà a raccordarsi con momenti di empatia, almeno nei confronti della madre, francamanete respingente. Una storia che ricerca ancora, nonostante tutto, un elemento, sì consensuale ma ormai agonizzante, come l’American dream. Con il duro lavoro, la perseveranza, infatti, JD riesce a superare la povertà e ottenere un trionfo personale, laureandosi in legge a Yale e creandosi una carriera. Rinunciando alla voglia di allargare solo di poco l'orizzonte, verso una generazione ‘lasciata indietro’, come reclamerà poi George W. Bush, quella di Elegia americana rimane una storia come tante, prevedibile e già vista più che semplice, in cui tutto è esagerato e sopra le righe, senza che la caratterizzazione dei personaggi sia tanto accurata, umana, da permetterci una vera identificazione.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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