Easy: recensione dello stralunato on the road con bara al seguito

27 agosto 2017
2.5 di 5
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Un viaggio in macchina con protagonista Nicola Nocella.

Easy: recensione dello stralunato on the road con bara al seguito

Il cinema italiano raramente si fa sedurre da un’immagine forte construendo intorno ad essa un microcosmo. Con il chiaro intento di seguire le orme di un cinema nordico alla Kaurismaki, Andrea Magnani esordisce con la figura corpulenta di un giovane con al guinzaglio una bara. Parte dal nord est italiano per riportare a casa, in Ucraina, le spoglie di un lavoratore illegale morto in un cantiere. Dialoghi asciutti, recitazione in sottrazione del protagonista Nicola Nocella, che ritroviamo in un ruolo centrale al cinema anni dopo essere stato lanciato da Pupi Avati ne Il figlio più piccolo, Easy è il titolo e il soprannome di Isidoro. Ormai ha 35 anni e vive dei rimpianti di un ex bambino prodigio del go kart, arrivato adolescente all’anticamera della formula 1 e diventato ormai un asso del divano e della playstation. 

La madre è una fanatica dell’attività fisica - come non scegliere allora Barbara Bouchet -, mentre il fratello (Libero De Rienzo) è quello brillante di famiglia che ha avuto successo come piccolo imprenditore, almeno apparentemente. Sarà proprio lui a chiedere al fratello di mettersi al volante e tornare a fare quello che gli riesce meglio: correre, come non ci fosse un domani, ma con una meta ben precisa. Proprio l’individuazione di uno scopo, di un punto finale da raggiungere, smuove Easy dal suo torpore, gli dona un ruolo e una posizione ben precisa nel suo mondo. Un on the road che ricerca nell’Europa orientale e centrale l’immaginario western dei grandi spazi aperti, ma ‘altri’, periferici; lungo quelle strade blu molto più dell’anima che su cartina.

Parlando di spazi, Nocella occupa con grande abilità quelli delle inquadrature che Magnani gli cuce letteralmente addosso, come il suo loden sempre indosso, che diventa un feticcio di crescita, il ritratto del Dorian Gray Isidoro, che subisce ogni possibile devastazione nel corso del lungo viaggio per permettere al suo possessore di suturare le sue ferite, di tornare a sperare. Parlando di inquadrature, Magnani si nutre del cinema in cui le cose accadono ovunque: sullo schermo, ma anche al di fuori, giocando sulla reazione di chi è in scena (o di noi spettatori), più che sulla rappresentazione dell’azione in sé. Anche per questo poco ci sono sembrate riuscite alcune concessioni alla commediaccia, alla ricerca della risata immediata, smentendo quanto costruito fino a quel momento; per tutte parla una sequenza scatologica in terra ucraina. Magnani si innamora così tanto del suo improbabile Easy in loden e con bara da trascurare in alcune occasioni un progresso narrativo soddisfacente, facendo scivolare la purezza candida del personaggio nella banalità, la commedia surreale inciampa in quel realismo di fondo che dovrebbe farla stare in piedi.

Il tentativo di rievocare stilemi poco frequentati dal cinema italiano, ma tra i più entusiasmanti di questi anni, è un merito di questa opera prima in bilico fra favola di formazione e realismo, che riesce meglio quando a prevalere è il lavoro di interazione del suo protagonista con l’ambiente circostante, con le persone che incontra, specchiando la sua solitudine in quella degli altri, trovando disinteressata vicinanza nel punto più lontano dal suo divano di casa.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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