E noi come stronzi rimanemmo a guardare, la recensione del film di Pif con Fabio De Luigi

24 ottobre 2021
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Fabio De Luigi è il protagonista dell'intelligente film di Pif, una fiaba non troppo distopica sui tempi che potrebbero essere dietro l'angolo. La nostra recensione dalla Festa di Roma.

E noi come stronzi rimanemmo a guardare, la recensione del film di Pif con Fabio De Luigi

In un futuro distopico che odora fin troppo del nostro presente, il manager Arturo (Fabio De Luigi) perde il suo lavoro a causa dell'algoritmo di ottimizzazione delle risorse che lui stesso ha creato... e che lo ritiene superfluo. Sarà anche un algoritmo a spingere la sua compagna a lasciarlo, e sarà un altro algoritmo ancora a controllarne la vita, quando in bolletta e senz'alcun posto disponibile a chi abbia più di quarant'anni, diventerà un rider sfruttato dalla fantomatica Big Tech Fuuber. Unica sua consolazione è l'ologramma senziente di Stella (Ilenia Pastorelli), messo a disposizione da un'app della stessa azienda. Ma c'è una via d'uscita?

Alla sua opera terza Pierfrancesco Diliberto in arte Pif (che si ritaglia il piccolo ruolo dell'affittuario Raffaello), si riallaccia a un filone fiabesco fantastico che superficialmente si tende a liquidare come "non italiano", ma che in realtà ha le sue radici nel nostro immaginario: il cammeo di Maurizio Nichetti in E noi come stronzi rimanemmo a guardare, insieme ad altri aspetti del lungometraggio scritto da Pif stesso con Michele Astori, è eloquente. Nella sua piuttosto ricercata fattura estetica, in particolare nella fotografia di Manfredo Archinto e Arnaldo Catinari, e nella scenografia di Monica Vittucci, c'è una certa capacità nel rileggere location urbane celebri e meno celebri. Una chiave che proietta l'oggi nell'immediato futuro, la stessa che si apprezzava nel forse dimenticato Domani si balla! (1982) proprio di Nichetti, film col quale "E noi come stronzi rimanemmo a guardare" condivide sia il finale parecchio amaro, sia una certa gotica leggerezza.

Pif punta molto in alto, costruendo un apologo spietato e molto attuale sull'esondare delle Big Tech nella nostra esistenza. In particolare, sembra interessargli la delega della propria umanità a sistemi dei quali si ignora l'effettivo funzionamento, e di cui si vede solo l'evidente logica dello sfruttamento e del profitto. Spetta al pubblico decidere se la solitudine evidente della maggior parte dei personaggi sia una delle cause di questa resa, oppure una conseguenza... o se ormai il serpente si morda la coda. Nonostante le abbondanti dosi di umorismo sardonico (tra le quali spicca un'esilarante asta al ribasso per aggiudicarsi un lavoro già sottopagato), a partire dal titolo "E noi come stronzi rimanemmo a guardare" vuole effettivamente svegliarci e spronarci a riflettere su gesti scontati che ci stanno già costando molti diritti. Economici, sociali e psicologici.

È lodevole la scelta di affidarsi a De Luigi per un ruolo di "sfigato medio" solo in apparenza simile al suo cavallo di battaglia: gli viene chiesta una performance che alterni i suoi tempi comici a una sfumatura più realistica e meno carica, e l'attore ne esce mostrando l'adeguata curiosità per l'occasione che gli viene regalata. Certo, E noi come stronzi rimanemmo a guardare soffre in generale di un'ambizione alla quale le capacità non sempre riescono a tener testa: a scene centrate nell'allestimento dell'inquadratura e del ritmo, ne succedono di più incerte nel modo in cui ci si destreggia nella quantità di spunti messi in gioco. Non tutte le performance attoriali sono allo stesso livello. Non mancano momenti piuttosto didascalici o ridondanti.

Eppure, nel film si tocca con mano un desiderio di dare allo spettatore la più vasta quantità possibile di spunti, un proposito da premiare e che riecheggia la vocazione giornalistica di Pif. Perché se è vero che lo sfruttamento lavorativo è uno dei temi più messi a fuoco, la generale pigrizia che il titolo vuole abbattere affiora in momenti e azioni più inquietanti: i festini in cui si gioca con i simboli immolandoli alla superficialità, o gli scambi di lodi e insulti sui social, scritti da Raffaello sotto mentite spoglie "per arrotondare". Futuro o presente?
In definitiva, "E noi come stronzi rimanemmo a guardare" fa di tutto per essere all'altezza di un titolo che non è tanto una provocazione, quanto un appello gridato e disperato.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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