E la chiamano estate - la recensione del film di Paolo Franchi

14 novembre 2012
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Torna il cinema psicanalitico del regista bergamasco, questa volta con una storia di masochismo che risulta in un involontario sadismo nei confronti dello spettatore.

E la chiamano estate - la recensione del film di Paolo Franchi

Lo si poteva intuire già da La spettatrice, ed è stato ancora più evidente con Nessuna qualità agli eroi: quello di Paolo Franchi è un cinema ambizioso e rischioso, esploratore di ossessioni che debordano oltre la soglia della malattia; un cinema che vuole essere filosofico, psicanalitico, tanto particolare per il suo autore quanto universale per lo spettatore.
Che anche E la chiamano estate prosegua ed estremizzi questa linea allora non sorprende. Sorprende un po’ che l’indubbio coraggio di Franchi si tramuti in scalmanata incoscienza, nonostante le avvisaglie rappresentate dalle reazioni al suo secondo film.

L’opera terza di Paolo Franchi è una storia di (non) amore, di masochismo connaturato a personaggi che, ritenendo di non meritare nulla di buono, si costringono a degradazioni sentimentali e umane: un uomo che non è in grado di far sesso con la donna che ama intensamente e che invece lo pratica con prostitute menomate o vecchie, o in orge tra scambisti, e una donna che accetta supinamente nel nome, ancora, di un amore casto ma profondo.
Tra una canzonetta degli anni Sessanta e una messa in scena dove dominano bianchi ambulatoriali sparati e sovraesposti, neon azzurri freddi come l’acciaio, volti contriti e voci off in teorica dissonanza con essi, E la chiamano estate si aggrappa con morbosità al doloroso masochismo dei suoi protagonisti. Sprezzante del pericolo (e del ridicolo) cita “L’origine del mondo” nella sua sequenza d’apertura per poi abbandonarsi a voyeuristiche e sgradevoli scene di un sesso che non è mai né edonista né gioioso, e figuriamoci se carico di sentimento.
Tenta la carta delle ellissi e della ripetizione, incantandosi come un disco che salta e mettendo in bocca a Isabella Ferrari e Jean Marc Barr, generosi ma impacciati, battute che ne fanno sprofondare la precaria credibilità.

Franchi ama camminare sul filo del rasoio, ama la problematicità, bisogna dargliene atto. Ma i carichi che si è sobbarcato in questa sua ultima fatica gli han fatto perdere inesorabilmente l’equilibrio nel racconto di una storia che avrebbe avuto bisogno di uno spessore artistico e cinematografico ben maggiore per non tramutarsi in un atto di involontario sadismo nei confronti dello spettatore.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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