Drug War - la recensione del film di Johnnie To

15 novembre 2012
3.5 di 5

Girato e ambientato nella Cina continentale, un gangster movie che riscatta gli ultimi lavori di To e lo riporta vicino allo spirito dei suoi titoli migliori.

Drug War - la recensione del film di Johnnie To

Nel consueto alternare stili e generi diversi, produzioni personali e sentite con altre smaccatamente commerciali, Johnnie To fa periodicamente e stabilmente ritorno al genere che l’ha reso celebre in tutto il mondo, il gangster-movie.
Drug War, come già il titolo suggerisce, appartiene a questa categoria, raccontando in 107 minuti di durata la storia di un’operazione antidroga che parte in maniera quasi casuale e che procede senza un attimo di respiro fino ad un finale cupo e memorabile.

A differenza però degli altri film del genere firmati da To (da The Mission a Election, passando per PTU, solo per citarne alcuni tra i più famosi) questo Drug War lascia la natìa Hong Kong per confrontarsi con la Cina continentale. Una Cina continentale dei nostri giorni della quale To raccoglie spirito e contraddizioni.
Perché il trafficante arrestato all’inizio del film sceglierà di collaborare con la polizia per evitare una pena di morte altrimenti inevitabile; perché costante, seppur nel dettagli, è l’attenzione del regia alla spaccatura forte tra problemi economici e ricchezze smodate; perché ha la forza e il coraggio di mostrare problemi e corruzione che il regime cinese tende a rimuovere e nascondere.

Da questi elementi, e da una trama che riesce ad essere essenziale e ricca di colpi di scena e ribaltamenti di fronte allo stesso tempo, To parte per costruire un film duro, cupo e pessimista, capace di essere idealmente allineato con le sue opere migliori.
Preciso e rigoroso come sempre negli incastri narrativi, anche in Drug War il regista di Hong Kong concegna il solito balletto di personaggi, corpi e proiettili, lasciando però che l’apocalisse balistica si costruisca con lenta ma inesorabile progressione su un fitto tessuto di relazioni interpersonali, di giochi e doppio giochi.

Apparentemente più freddo e analitico del solito rispetto alle sorti dei suoi protagonisti, che guarda con riguardo e stima ma con distaccata empatia, il To di Drug War punta in prima battuta sul ritmo instancabile e sfibrante del suo meccanismo, e sulla tragica quanto inevitabile risoluzione finale.
Una risoluzione iperviolenta, che ricorda quella di Expect the Unexpected, girata e raccontata da To con un’oggettività spoglia e inquietante, nella quale il pathos che tanto bene il regista è capace di evocare emerge dalla drammatica consapevolezza di una mancanza di speranza che fa tabula rasa di fronte alle incertezze del futuro.

Drug War
Presentazione del film e interviste al Festival di Roma 2012


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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