Drive me home: recensione del film con Marco D'Amore e Vinicio Marchioni

23 settembre 2019
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La storia di un ritorno alle proprie radici, un'amicizia, due attori in perfetta sintonia.

Drive me home: recensione del film con Marco D'Amore e Vinicio Marchioni

Che film sarebbe stato Drive me home se Simone Catania avesse avuto una giornata o una settimana per una scena o un inquadratura? Cosa avrebbe tirato fuori da Vinicio Marchioni e Marco D'Amore, già così prepararti, concentrati, intensi e rigorosi se avesse concesso loro il privilegio di ripetere un dialogo o una battuta più e più volte? Come sarebbe stato il road-movie dell'anima del regista classe 1980 nato a Cantù se il tir che ha preso in affitto avesse potuto percorrere, ruggendo, chilometri e chilometri di strada tagliando la luce di albe e crepuscoli a non finire? Non lo sappiamo, ma ci piace pensare che l'imperativo "buona la prima" al quale la troupe ha dovuto obbedire, i problemi logistici e l'assoluta necessità di risparmiare tempo e denaro abbiano costituito un potentissimo stimolo per il terzetto impegnato a rendere struggente ma vera, libera ma precisa, sentimentale ma non retorica, una storia di amicizia ritrovata. Perché è di amicizia che si parla in quest'opera prima orgogliosamente indipendente e ben fatta, un'amicizia bella come lo sono certe “fratellanze” maschili, che all’abuso di parole preferiscono i silenzi e alla goliardia l'abbraccio sincero, e che si nutrono di fatica e di felicità (o infelicità) condivisa.

La felicità Antonio e Agostino l'hanno conosciuta forse solo da bambini, nel piccolo paese della Sicilia dove sono cresciuti e dove fantasticavano di dar corpo, in un altrove non ben identificato, a sogni di grandezza. Quei sogni nessuno dei due li ha realizzati, perché per entrambi l'allontanamento ha coinciso con la fuga e il rifiuto della "patria" ha generato una perdita di un'identità. E senza un’identità, anche sbilenca, senza un centro, l'uomo è poca cosa. Lo ho sperimentato in prima persona Simone Catania, che poi è Antonio, giovane uomo irrequieto e fiaccato dai debiti che, esattamente come il ragazzone biondo che va a rincontrare in Belgio, ha voluto abbracciare una cultura che non è la sua e trovare una nuova casa. E di case ce ne sono tante nel film, a partire dall'abitacolo del camion che percorre l'Europa da nord a sud e che di un'Europa come la vorremmo noi è metafora. Coacervo di lingue diverse, dal fiammingo all’inglese, e di diverse culture, talvolta è simbolo di accoglienza e talvolta luogo dove si consumano solitudini malinconiche. In questa imperfetta terra promessa, accade, fortunatamente, che la diversità diventi un valore e l'azzardo un premio, ma siccome Drive me home è un film di gente che ritorna e non di gente che se ne va, è il viaggio all'indietro quello che conta di più, un ritorno alle radici a cui Simone Catania ci invita quasi con atteggiamento militante, e per lui ritorno alle radici significa anche mettere ancora una volta le mani nella terra, possibilmente la nostra terra, e anche un po’ riscoprire la natura, il lavoro nei campi, l'orto, una vita comunitaria all'insegna dell'essenzialità. Poi è chiaro che in questo viaggio metaforico a ritroso non si può recuperare il tempo perduto e bisogna reinventarsi, ma resta la dolcezza dei ricordi e la speranza che un nuovo punto fermo possa fare la differenza fra il vivere e il sopravvivere. In questo senso, Drive me home parla a chi ha smarrito la strada, e a chi, assetato di curiosità, ha trovato il coraggio di guardare oltre il proprio naso.

Di certo il film ha parlato a Vinicio Marchioni, che per la prima volta ha sentito la differenza fra il "fare finta di" e "l'essere" e si è fatto portatore di verità, e di inquietudini che sono le sue inquietudini, anche se non se ne andrebbe mai dall'Italia e gli basta il nomadismo delle tournée. Ma se l'attore romano ha fatto un salto verso l'assoluta verità, dipende molto dalla sintonia con Marco D'Amore. Nel collega napoletano Marchioni ha trovato degli occhi in cui specchiarsi, non narcisisticamente, ma riconoscendo una dedizione al lavoro quasi monastica. Marco e Vinicio sono diventati una cosa sola e si sono fusi con Antonio e Agostino. Tutti e quattro, (o tutti e tre) hanno varcato confini e oltrepassato caselli, osservati più che braccati da una macchina da presa che ha saputo restituire con precisione la luce fredda del nord e quella più calda del sud e che ha filmato quiete e tempesta, trovando il coraggio di finire il suo percorso in un'Italia che non è un paese per quarantenni ma dove alla fine un posto si trova sempre. Quella macchina da presa, come già detto, ha fatto meglio che poteva, e speriamo che torni presto a lavorare, magari con una o più sorelline, perché al cinema, si sa, più mezzi ci sono e meglio è.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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