Drive Angry 3D - la recensione del film

06 aprile 2011
2 di 5

L’operazione tentata da Patrick Lussier con Drive Angry è chiaramente la stessa fatta da Alexandre Aja con il suo recente Piranha. Applicata all'exploitation invece che all'horror, ma con risultati differenti.

Drive Angry 3D - la recensione del film

Drive Angry 3D - la recensione

L’operazione tentata da Patrick Lussier con Drive Angry è chiaramente la stessa fatta da Alexandre Aja con il suo recente Piranha.
Ad accomunare i due film, infatti, non c’è solamente l’uso volutamente esagerato e ultracamp del 3D, riportato dalla sua (vera) dimensione di superfluo e ipertrofico gadget spettacolare, ma il progetto di rilancio di un sottogenere.
Se in quel caso si omaggiava un certo tipo di horror, qui è il cinema exploitation degli anni Settanta (già trattato a suo modo da Tarantino in Grindhouse – A prova di morte) ad essere oggetto di un fantasioso rebooting nel segno dell'irriverenza pierinesca.

Già, Tarantino. Ma Lussier non è Tarantino, lo sa e non lo vuole essere. Tutto quello che uno come lui può fare con un'operazione del genere è prendere dai film ai quali entrambi si sono ispirati l’iconografia, e condirla con riferimenti diretti e indiretti a tanto cinema di serie B di ieri ma soprattutto di oggi, accumulando il tutto senza sentire la reale necessità di amalgamarlo e strutturarlo.
E quindi, se con estremo sforzo di fantasia il John Milton di Nic Cage può aver qualcosa dello Stuntman Mike di Kurt Russell, ecco che i riferimenti più evidenti di Drive Angry vengono rintracciati nella serie di Fast & Furious, nell’action iperrealistico e caricaturale alla Shoot 'Em Up, nel Death Race versione Paul W.S. Anderson. Il tutto condito con con una salsa surreal/satanista che porta vaghi sentori de L’ultima profezia e dei suoi sequel.
Abbracciando la natura derivativa al quadrato del suo film (copia di copie), Lussier pensa di cavarsela pestando a fondo sul pedale del citazionismo e della coattaggine, ostentando - con orgoglio - divertente cattivo gusto, nudità femminili, violenza gore e prevedibili quanto appropriate punch lines.

Però.
Non che alcuni dei suoi obiettivi non vengano centrati, per carità, ma nel complesso Drive Angry fatica a scollarsi di dosso l’impressione di una creazione posticcia e programmatica, dove la grana grossa viene ostentata con troppa (finta) ironia e rigida meccanicità per risultare davvero convincente, per non apparire plastificata.
E il film allora si mette in parallelo con Amber Heard, attrice d’indubbia avvenenza in senso assoluto ma – perlomeno in questo caso – del tutto sprovvista di carica sensuale ed erotica. O con un Nicolas Cage che si diverte ma senza troppa convinzione, senza nemmeno i suoi celeberrimi eccessi, divertendo noi solo a metà.
Tutto il contrario invece di William Fichtner, ottimo caratterista che in questo caso si ammanta di elegante sufficienza, omaggiando ma non sbertucciando alcuni dei ruoli migliori di Christopher Walken per portare avanti con classe e sarcasmo il personaggio più bello di tutto il film. Ovviamente sottoutilizzato.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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