Dove cadono le ombre: recensione dell'opera prima di Valentina Pedicini presentata al Festival di Venezia 2017

04 settembre 2017
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Un dramma claustrofobico sull'annullamento dell'identità.

Dove cadono le ombre: recensione dell'opera prima di Valentina Pedicini presentata al Festival di Venezia 2017

Il percorso da documentarista di Valentina Pedicini l’ha portata a conoscere un piccolo genocidio poco conosciuto e vecchio di pochi decenni, e con esso la figura della poetessa Mariella Mehr, una delle vittime. Un progetto mai compiuto che ha lasciato in eredità anni di lavoro di ricerca su una tragedia dilatata in 60 anni, dal 1926 al 1986, e avvenuta a pochi chilometri da noi, in Svizzera. In questo intervallo di tempo un’associazione simile alla nostra Croce Rossa, quindi con intendi filantropici, la Pro Juventute, portò via 2000 bambini dalle famiglie jenisch (terza etnia nomade europea dopo rom e sinti) di appartenenza. L’intento era quello di estirpare a tutti i costi il fenomeno del nomadismo, rinchiudendo i minori in ospedali psichiatrici, orfanotrofi, vere prigioni, conducendo esperimenti scientifici di una brutalità seconda solo alle porcherie eugenetiche naziste della banda Mengele.

Dove cadono le ombre si pone la domanda di come rappresentare una tragedia che non ha lasciato immagini dietro di sé, ma solo poche testimonianze. Ha fatto tabula rasa e creato una duplice vicenda esemplare per raccontarla; un circolo che non si interrompe, quello di una bambina in un orfanotrofio, Anna, che viene sottoposta a violenze tremende sul suo corpo da parte di una donna medico, Gertrud, la quale poi da anziana è sottoposta alle attenzioni di Anna, ora al lavoro da adulta in una casa di riposo. Un luogo che diventa universo, in cui bloccare le vite di protagoniste che al massimo guardano in giardino, fuori dalla finestra, o cercano tracce del passato, senza poter lasciare quelle intersezioni di luce e buio in cui passeranno tutta la loro vita. Il bianco delle pareti candide che nascondono l’ala degli esperimenti più efferati, il buio della notte in cui concedersi al massimo una partita a poker. Anna ha un unico amico, perché unico testimone: Hans. 

La ricostruzione di questo (non) luogo rende accuratamente la sensazione di un posto in cui neanche l’aria è mai cambiata, insalubre come una vecchia casa in cui non si aprono mai le finestre per far entrare ossigeno rigenerante da fuori. Le due donne protagoniste, Federica Rosellini ed Elena Cotta - quest’ultima vincitrice della Coppa Volpi nel 2013 per Via Castellana Bandiera - vengono dal teatro, ed esibiscono in questa quinta continuamente esposta al pubblico un gioco di potere attraverso la violenza del corpo sul corpo. Un duello che rievoca il passato e si alimenta nel presente, in cui Dove cadono le ombre supera l’immaginario nazista per creare un codice originale in cui rappresentare una violenza che impone la sopraffazione, trasformandola in una favola gotica imposta alla realtà di bambini inermi. Un tentativo magari non sempre lineare o esente da scricchiolii, ma che cerca una personale stile di messa in scena che stimoli lo spettatore senza banalizzarne la voglia di conoscere una vicenda così atroce attraverso una rielaborazione, e non una semplice descrizione. 



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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