Doraemon - la recensione del film che porta al cinema il celebre cartone giapponese

19 ottobre 2014
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Un film CGI che va nella direzione della origin story.

Doraemon - la recensione del film che porta al cinema il celebre cartone giapponese

Nato dalla matita di Fujiko F. Fujio (pseudonimo di Hiroshi Fujimoto) nel 1969, il personaggio del gatto-robot Doraemon ha allietato più generazioni con tre lunghe serie di anime, due negli anni Settanta e una nel 2005, diventando uno dei simboli iconici della tradizione animata giapponese. Ci si avvicina quindi al suo primo lungometraggio in CGI con una doppia curiosità, verso due aspetti: la trasposizione nella nuova tecnica e la direzione narrativa scelta per una sintesi da grande schermo. Quest’ultima pare proprio dirigersi verso l’origin story.

A dieci anni, Nobita promette molto male: imbranato, svogliato, oggetto di bullismo, innamorato senz’alcuna speranza della compagna di scuola, la dolce Shizuka. La sua situazione è tanto tragica che un suo pronipote arriva dal futuro del XXII secolo per cercare di rimetterlo sulla giusta strada: gli lascia il gatto-robot senziente Doraemon, dalla tasca ricolma di “chiusky”, gadget a metà strada tra il tecnologico e il magico. Doraemon non potrà tornare nella sua epoca prima che Nobita non si senta felice, ma il lungo percorso non dipenderà solo da Doraemon, e comprenderà anche un viaggio nel futuro.
Come succede a tanti contesti nati per il tratto bidimensionale, nel caso specifico degli anime abbinato inoltre spesso a un’animazione a scatti, il passaggio nell’universo tridimensionale e fluido della computer graphic richiede un adattamento nella percezione dello spettatore, almeno di quello abituato all’originale. In Doraemon – Il film, stilemi grafici come lacrime e bolle dal naso mancano della loro natura caricaturale, stridendo con il fotorealismo, risultando più finti. Ciò vale anche per le smorfie e le fisionomie ultragrottesche di alcuni personaggi, che perdono l’immediatezza grafica e la valenza di simboli, diventando rappresentazioni un po’ disturbanti. Tutto questo non vale per Doraemon in sè, il cui look invece resiste egregiamente alla traduzione estetica, forse persino guadagnandoci in morbidezza e lunarità. La resa del protagonista, aiutata nella versione italiana dalla voce di un Pietro Ubaldi che non fa rimpiangere Liù Bosisio, è da questo punto di vista indolore.

All’immagine comunque ci si fa l’abitudine, inutile cavillare troppo: ciò che conta è la tenuta delle tenere morali che hanno arricchito i nostri primi pomeriggi di bambini (quando i genitori si preparavano il caffè). Anche se i temi non sono particolarmente originali, dato che si parla della fiducia in se stessi e di affetti, con contorno di viaggi del tempo tra paradossi e metafore di rito, per gran parte della sua durata il film di Ryuichi Yagi e Takashi Yamazaki è un otto volante di vivacità. Nessuno mette mai in dubbio che Nobita, pur trovando la sua felicità, possa rimanere una persona dalle scarse prospettive sociali e professionali: una franchezza spietata e poetica che rende il bambino un protagonista nevrotico e simpatico, lontano da tipici epigoni hollwyoodiani, per i quali il riscatto indirizza tendenzialmente a una grandeur di ritorno. Quando la sceneggiatura di Yamazaki veicola quest’idea con paradossi fantasiosi e malinconici, il tragitto di Nobita e della sua Shizuka è tenero e persino comicamente autodistruttivo (si veda la scena itnensa in cui Nobita ingurgita la pozione di Doraemon per farsi detestare).

La trappola in cui cadono però gli autori è la struttura fortemente episodica dell’adattamento, che non per nulla nasce da una narrazione parcellizzata. Si sente che si è fatto di tutto per limitare i danni in questo senso, e l’atmosfera è così libera che il doppio finale, nel rispetto filologico del materiale, si potrebbe anche perdonare… ma è più difficile perdonarne un terzo! Si commette l’errore, comprensibile ma non per questo sorvolabile, di riaprire la storia negli ultimi minuti, indebolendo troppo la morale poco prima ben definita, in funzione di una suggerita serialità anche in sede cinematografica.
Brucia perché Doraemon – Il film aveva la possibilità di ergersi come un bignami completo, tra risate ed emozione, del cartoon di partenza: le qualità che pure mantiene l’avrebbero permesso.





  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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