Doomsday - recensione del nuovo film di Neil Marshall

29 agosto 2008
3.5 di 5
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Dopo due horror puri - per quanto diversi tra loro - come Dog Soldiers e The Descent, il britannico Neil Marshall sposta leggermente la mira e con Doomsday realizza un film che mescola azione, fantascienza postapocalittica ed un pizzico di orrore. Citazioni a non finire, tanto divertimento ma anche sostanza.

Doomsday - recensione del nuovo film di Neil Marshall

Doomsday - La recensione

Azione adrenalinica, tanto divertimento e un tripudio quasi esagerato di citazioni: al primo impatto, Doomsday è così facilmente riassumibile. Partendo da premesse quasi analoghe a quelle di 28 giorni dopo, Neil Marshall sviluppa la trama del suo terzo lungometraggio come un virale 1997: Fuga da New York, strizzando l’occhio anche ad uno dei capostipiti del cinema post apocalittico come Mad Max ed i suoi sequel. Al posto dello Iena di Kurt Russell, una agguerrita ed affascinante Rhona Mitra: parlando di citazioni anche la scelta di casting non appare casuale considerato, che l’attrice divenne celebre da modella come uno dei primissimi volti (e corpi) ufficiali di Lara Croft, eroina che interpretava dal vivo in convention videoludiche e photoshoot pubblicitari. E non è finita qui: tra i film più o meno esplicitamente citati e omaggiati dal regista britannico ci sono I guerrieri della notte, Pulp Fiction, Knightrider, L’ultimo boyscout, L’armata delle tenebre e tantissimi altri. Un cocktail cinematografico ben dosato e ben servito da Marshall, che gira con stile energetico ma mai coatto o inutilmente ridondante, attento anche nella forma a rispettare l’essenzialità spettacolare di certo cinema.

Ma se a prima vista pare quindi che con Doomsday Neil Marshall abbia messo da parte lo spessore anche teorico del suo The Descent per tornare a quel cinema “semplicemente” divertito e divertente con il quale aveva esordito, quello di Dog Soldiers, caratterizzato appunto dalla mescolanza dei generi e dal citazionismo sempre intelligente, a ben vedere, in Doomsday c’è anche di più. Molto di più. Se con The Descent l’inglese aveva tratteggiato il progressivo sprofondarsi e dissolversi del tessuto sociale e relazionale, costringendo la sua protagonista ad una lotta per la rinascita che aveva anche il sapore di un nuovo inizio, individuale e collettivo al tempo stesso, qui Marshall pare raccontare che ogni nuovo inizio porta inevitabilmente alle stesse conseguenze, alla stessa fine.
Il viaggio della Eden Sinclair interpretata dalla Mitra non è solo un geografico, ma un vero e proprio viaggio indietro del tempo, evidente anche dalle citazioni cinematografiche: dalla Londra del futuro prossimo (ma tanto simile a quella di oggi), si ritrova prima in una Glasgow dove l’immaginario è per l’appunto quello post apocalittico early eighties di Mad Max e Fuga da New York, figlio del nichilismo punk degli anni Settanta; poi, dopo un viaggio su un ottocentesco treno a vapore, in un castello scozzese dove si vive come nel tardo medioevo. Infine il progressivo ritornare verso il “presente” attraverso le merci e le tecnologie accumulate in un magazzino simbolo dei nostri giorni. Ma, per dirla con l’eroina del film, “Same shit, different era.” L’attraversamento temporale compiuto da Eden e i suoi compagni di viaggio evidenzia differenze solo formali e niente affatto sostanziali. Marshall mette in evidenza che qualsiasi forma di aggregazione sociale, in ogni epoca, pare riportare sempre alle stesse devianze, figlie di una natura immutabile dell’essere umano. Una natura crudele, aggressiva ed egoista, che si domina solo attraverso un esercizio del potere che – in ogni “epoca” visitata da Eden – si esplica con dinamiche perverse e attraverso una rappresentazione anche spettacolare di se stesso.

Sembra quindi assai pessimista, Neil Mashall, che pure lascia lo spettatore con un finale aperto decisamente più speranzoso di quello di The Descent, nel quale già veniva elaborata questa teoria circolare delle esperienze e dell’evoluzione umana. Pessimista ma non cupo, né pedante: capace di mimetizzare la sua pur evidente teoria sotto un velo di dinamicità e divertimento cinematografico davvero da togliersi il cappello: come accade con il miglior cinema di genere.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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