Donnie Darko, la recensione dell'amara fiaba nera di Richard Kelly

20 maggio 2020
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A quasi vent'anni di distanza, Donnie Darko risulta più che enigmatico fin troppo chiaro nell'eterno quesito esistenziale che pone: ecco la recensione.

Donnie Darko, la recensione dell'amara fiaba nera di Richard Kelly

1988. Donnie Darko (Jake Gyllenhaal) è un liceale ribelle e difficile, sotto psicofarmaci, in una comunità di provincia degli Stati Uniti retrograda e facile preda di guru d'autoaiuto. Salvo per miracolo dalla caduta del motore di un aereo, piombato sulla sua casa e proprio sul suo letto, Donnie è perseguitato da un misterioso "Frank", un uomo vestito da coniglio (mannaro?) che gli preannuncia la fine del mondo. Che ne sarà di lui e della ragazza che ama, Gretchen (Jena Malone)?

Uscito a ridosso dell'11 settembre 2001, l'indipendente Donnie Darko, scritto e diretto dall'esordiente Richard Kelly, coprodotto da Drew Barrymore (anche interprete dell'insegnante di letteratura), è diventato un cult movie col passare degli anni. Gran parte della sua fama si deve all'apparente indecifrabilità della sua struttura narrativa, un gioco di paradossi temporali non troppo spiegati e quindi non di sicura interpretazione. Insomma, preso senza pensare troppo Donnie Darko sarebbe proprio uno di quei film che richiedono le classiche guide con "spiegazioni del finale" e via discorrendo: potrebbe essere quasi il capostipite di questa tendenza da quando internet si è diffusa capillarmente. Eppure, il mantenimento dell'ambiguità interpretativa, a oltre quindici anni di distanza dalla tardiva uscita italiana, ci sembra fondamentale per abbracciarne il messaggio molto amaro e sin troppo chiaro, a conti fatti.

Donnie Darko è un film in cui si respira la forza nostalgica e allo stesso tempo morale del cinema indipendente americano: nel suo DNA c'è qualcosa del lirismo musicale del Paul Thomas Anderson di Magnolia (1999), da dove poi sembra provenire quello sguardo disincantato sui guru che trasformano in surrogati di religione consigli di vita spicci. Il film di Kelly peraltro anticipa di tre anni un ritratto molto simile di provincia, conformismo e ribellione del Napoleon Dynamite di Jared Hess, lì virato al comico: tuttavia la ricostruzione grottesca dell'esibizione scolastica, in cui gli adulti ripongono un patetico orgoglio, sembra identica. L'esuberanza provocatoria del disagio di Donnie, ruolo della vita di Gyllenhaal, ha però forse radici ancora più lontane: è un adolescente di John Hughes in film come Una pazza giornata di vacanza o Breakfast Club, fatalmente scontratosi con gli incubi di David Lynch. Di solito non riempiamo una recensione cogliendo mille riferimenti ad altre opere, però in questo caso ci viene davvero spontaneo, perché parte dell'identità e del fascino di Donnie Darko sta proprio nel suo sintetizzare e generare ispirazioni.

E' importante però non perdere di vista che il senso ultimo del racconto di Kelly non dipende necessariamente da citazioni, rimandi o strizzatine d'occhio. E' eterno. Siamo più che certi che la chiave sia nel dialogo amaro di Donnie con l'insegnante di scienze: se vedessi il futuro davanti a te potresti modificarlo? Se il destino e Dio non esistono, non ci sarebbe problema. Se il nostro tragitto è prefissato da qualcosa di superiore, vederlo sarebbe inutile, se non atroce e insostenibile. L'epilogo del film, e fermatevi qui se non volete spoiler nel caso non abbiate visto Donnie Darko, trova la sua chiarezza disperata nella risata di Donnie. Il wormhole e il conseguente paradosso temporale gli permetterebbero potenzialmente di cambiare il futuro, ma l'unica maniera di cambiare il futuro tragico che abbiamo visto è... rinunciare a esistere. Rimanere su quel letto e lasciarsi ammazzare, cancellarsi dall'equazione senza soluzione, lasciando che l'eco di quelle possibilità rimangano negli altri personaggi, storditi da un destino che li ha sfiorati ed è poi stato cancellato dalla generosa autodistruzione di Donnie. Il destino e Dio quindi esistono? Beh, ahimè... dipende dai punti di vista proprio su questo finale: Donnie sceglie o non sceglie? Agisce o si arrende?

La risposta dell'uomo alla condizione umana qual è? Kelly ha già attaccato prima nel film, tramite Donnie, coloro che vogliono dicotomizzare la vita: amore da una parte, paura dall'altra. Magari fosse così facile. Il finale del film, comunque lo si interpreti, è un terribile sacrificio, ambiguo in tutti i sensi: il nostro "supereroe" non fermerà allora mai il guru pedofilo interpretato con coraggio da Patrick Swayze, però vediamo quest'ultimo toccato dall'onda del wormhole, in lacrime. Chissà. Nel frattempo, Gretchen è viva e non ha mai conosciuto Donnie, se non in una vita alternativa, sulla quale tutti nell'adolescenza ci siamo interrogati più e più volte. Sognando di poter scegliere, sognando di essere totali padroni del nostro senso, come fai solo a quell'età.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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