Don't Look Up: la recensione del film con Jennifer Lawrence e Leonardo Di Caprio

08 dicembre 2021
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Una produzione Netflix, Don't Look Up, irriverente nuovo capitolo delle satire a segno di Adam McKay sulle storture capaci del ridicolo e del tragico della società contemproranea. La recensione di Mauro Donzelli.

Don't Look Up: la recensione del film con Jennifer Lawrence e Leonardo Di Caprio

L’umanità si estinguerà con una farsa. Ma prima ne combinerà di tutti i colori. Può sembrare uno scenario paradossale, una satira estrema, ma in fondo Don’t Look Up di Adam McKay non lo si può che vedere con divertita ansia, godendosi la messa in rilievo di idiosincrasie deteriori della società e della politica di oggi, senza ignorare però il sapore amaro dato dalla consapevolezza che i bozzetti di folli politici e “famosi” non sono poi così diversi dai tanti che popolano le home page o i social. Una volta si sarebbe detto le prime pagine.

Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) è una dottoranda che fa ricerca insieme al suo professore, Randall Mindy (Leonardo Di Caprio), entrambi astronomi in un’università prestigiosa ma non troppo, Michigan State, pieno Midwest e lontana quindi dalla vetrina del New England. Una sera come tante scoprono che una cometa si sta dirigendo dritta verso il sistema solare. Nove chilometri di diametro e una rotta di collisione prevista con la Terra dopo poco più di sei mesi. Risultato previsto al 99,7%? Distruzione dell’umanità. Adios. A meno che non si provi con assoluta priorità a far qualcosa per deviare la traiettoria. Insomma, parte come Armageddon e in fondo Don’t Look Up è un film catastrofico, oltre che una satira apocalittica che fa ridere consapevolmente, al contrario di molti esempi del genere che lo fanno dietro una patina tremendamente seria. È proprio la vera serietà che si nasconde, insomma, dietro le esagerazioni spassose di questo film.

Sembra infatti che non interessi poi tanto a nessuno di quanto dimostrato con numeri e fatti dagli scienziati, in questi anni in cui l’autorevolezza la si conquista con buoni spesa o due ricerche su Google. 

Dopo aver raccontato a suo modo la crisi finanziaria del 2008 con La grande scommessa, e il più ridicolo degli uomini politici americani degli ultimi anni, Dick Cheney, in Vice - L’uomo nell’ombra, Adam McKay racconta di due uomini di scienza che vengono ascoltati appena e con fastidio, poveri cavalieri della verità; tragica e come tale negata nonostante ogni evidenza, nell’era del conflitto zero, dopo secoli in cui opposte argomentazioni ci hanno portato a fare due passi sulla luna e dintorni. La Presidente degli Stati Uniti è una esilarante Meryl Streep, interessata più a nomine governative improbabili e scandaletti sessuali che al rischio della fine del mondo. Per non parlare del suo grottesco figlio, e capo dello staff, Jonah Hill. Ma i media? Il Grande Quotidiano ci prova anche, ma presto gli scienziati vengono dirottati nel Grande Show televisivo del mattino, dove bisogna sorridere e Di Caprio verrà attratto dalle sirene della notorietà, come altri scienziati in questi ultimi tempi, oltre che dalle truccatissime moine di una spassosa Cate Blanchett, cinica conduttrice che vive nella sua bolla.

Proprio il ripiegarsi su noi stessi, in bolle alimentate dagli algoritmi ormai prevalenti anche nella nostra testa, oltre che nei nostri compagni tecnologici quotidiani, è al centro di questa storia. Ogni piccolo universo ci sembra l’unico, il che porta a negare l’ascolto della bolla accanto, a non guardare in alto rendendoci conto di come siamo una briciola che sta perdendo l’equilibrio con l’ambiente che ci circonda. Come ci ricorda una citazione di inizio film dell’umorista Jack Hardey, scuola Saturday Night Live, “quando muoio, voglio farlo serenamente nel sonno come mio nonno. Non urlando di terrore come i passeggeri della sua macchina”. 

La politica è talmente incancrenita in piccoli rituali e automatismi da perdere completamente il senso della realtà, per spiacevole che sia. Non manca l’esposizione del paradosso della società dell’apprezzamento istantaneo, riflesso puramente istintivo che porta a cliccare, un cuore, un like, senza pensarci. Per non parlare dell’ondata di imprenditori illuminati dall’etica, con uno straordinario Mark Rylance fra Elon Musk e Steve Jobs, dal sorriso stampato e il tono di voce zen, campione intergalattico irresistibile della doppia morale.

Pur uscito in epoca pandemica, Don’t Look Up è un grido d’allarme sull’ambiente, anche se si adatta alla grande a molte altre problematiche esplose ancora più recentemente, come la pandemia. Tutto bene, no panic. Ma non c'è più il pulsante "fine di mondo" nella sua confortante concretezza. Oggi il rischio di autodistruzione è smaterializzato, come molta parte della nostra quotidianità e delle paure per il futuro.

Aiuto, voglio scendere, ma prima meglio guardare anche in basso, oltre che in alto. Ci voleva un comico come McKay per farci ridere di terrore.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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