Dobbiamo parlare: recensione della commedia tutta in una notte di Sergio Rubini

22 ottobre 2015
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Aiutato da attori solidi e personaggi succosi Rubini parla di vampiri e di nuove frontiere dell'amicizia.

Dobbiamo parlare: recensione della commedia tutta in una notte di Sergio Rubini

Le parole pesano, come macigni, quando vengono scagliate gratuitamente per scaricarsi la coscienza o per un assurdo senso di rivalsa. Le parole feriscono, come coltelli, quando sono lanciate per accelerare una crisi preesistente, una cancrena ormai diffusa. Le parole sono salvifiche e utili, ma anche disastrose e inutili, perché tolgono spontaneità alle relazioni sentimentali – o semplicemente interpersonali – e perché affogano in uno stagno di insopportabili luoghi comuni l’istinto e i palpiti del cuore.

E’ questa verità niente affatto ovvia il messaggio che cerca di trasmetterci in Dobbiamo parlare un Sergio Rubini sempre più orgoglioso e felice di lavorare con i suoi attori, un uomo di cinema che risponde al generale bad mood giustamente causato dalla crisi attraverso la commedia. Una commedia intelligente, però, soprattutto nel caso della nuovissima “partita a quattro” giocata insieme a Fabrizio Bentivoglio, Isabella Ragonese e Maria Pia Calzone.

Il regista de La stazione e La terra si muove stavolta all’interno del genere con più sicurezza rispetto a Mi rifaccio vivo, nel quale un Emilio Solfrizzi indiavolato e un Neri Marcorè un po’ “gigione” distoglievano l’attenzione dal naturale fluire di una storia non priva di guizzi arguti. Nella bella casa romana che strizza l’occhio alla tana di Gep Gambardella, invece, i suoi nuovi personaggi sembrano più a fuoco e più rotondi e succosi, non solo perché le riprese del film sono state intervallate a prove teatrali che hanno facilitato il lavoro degli attori, ma anche perché la realtà mostrata e bonariamente criticata è contesto che Rubini mostra di conoscere molto bene.
L’uomo che dalla sanguigna Puglia è venuto ad abitare nella capitale del Cinema osserva tuttavia la città eterna e il suo noto bestiario non filtrandoli attraverso la propria esperienza presente e passata, ma con gli occhi di una trentenne di oggi: la ghostwriter Linda interpretata dalla Ragonese. E’ questo sguardo nuovo e ringiovanito di un uomo che di anni ne ha 56 a dare freschezza a un film che comunque riposa sulla solida esperienza di un artista maturo, un duello verbale che non ha nulla del claustrofobico Carnage e che, in virtù dell’uso dell’ellissi, diventa quasi un ‘happening’. Cosa che ci piace.

Sergio Rubini in fondo vuole bene al suo chirurgo “sbrasone, all’elegante dermatologa Costanza e a Vanni (lo scrittore a cui presta il volto), ma perfino nei confronti di questo ennesimo esempio di intellettuale (figura che torna spesso nel suo cinema) ha un atteggiamento un po’ disincantato. Quello che gli interessa, e che non può accettare, tanto nei centri sociali, quanto nei salotti, è il “vampirismo”, ossia la nefasta abitudine dei malati di egocentrismo dell’ultim’ora a succhiare le energie vitali, l’equilibrio interiore o il denaro degli altri. E’ un’analisi sottile questo viaggio nell’avidità di chi ha oltrepassato il guado del mezzo secolo, che passa attraverso uno studio scherzoso del modus operandi del pigmalione o di chi cerca nel caldo abbraccio di un amante un antidoto all’anaffettività del coniuge. Non c’è cosmico pessimismo, tuttavia, in una simile visione d’insieme, che rivela invece un’infinita tenerezza nei confronti delle umane fragilità e della dedizione al lavoro di un romano purosangue come il Prof, affidato a un Bentivoglio che di un abitante della capitale padroneggia tanto l’inflessione quanto l’attitudine alla battuta pronta.

Altra intuizione felice di Dobbiamo parlare è la constatazione che, passato il tempo delle barricate, della contestazione e di tangentopoli, ormai destra e sinistra non sono visioni politiche diametralmente opposte, ma due pose, due modi di parlare, vestirsi e di mangiare. Ciò è male? Forse no, perché solo restando lontani dai giudizi aprioristici che accompagnano le ideologie possiamo veramente capire il valore degli altri. Possiamo trascorrere una vacanza insieme a loro e perdonarli se non hanno letto Joyce o capito l’essenza più profonda di un’opera di Basquiat.

Una nota di merito, infine, va alle donne del film, a Isabella Ragonese che ha vinto la battaglia con un personaggio in continua evoluzione e a Maria Pia Calzone, che non è solo Gomorra, ma molto molto altro.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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