Django: recensione del film biografico su Django Reinhardt apertura del Festival di Berlino 2017

09 febbraio 2017
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Un fiacco e retorico, nonostante la musica che fa battere il piedino.

Django: recensione del film biografico su Django Reinhardt apertura del Festival di Berlino 2017

C'è una scena in cui il Django Reinhardt interpretato da Reda Kateb è a letto con la sua amante Louise (Cécile de France, mica bruscolini). Siccome lui è un artista puro, e pensa che quello che sta succedendo in Europa e in Francia in quel momento, nel 1943, non lo riguarda, perché lui suona e basta, e perché poi quella è la guerra dei "Gadjos", non la sua che è invece parte del popolo dei Sinti, si infastidisce un po' quando lei, che è nella Resistenza o quasi, batte sul tasto della politica e delle sue responsabilità. "Non puoi suonare per i tedeschi, dai," dice lei, in sintesi. Lui sbuffa, poi fa un'imitazione di Clark Gable, e poi le dice "Andiamo al cinema a sognare un po'."
Qualche tempo dopo, Django è fuggito da Parigi, è vicino al confine con la Svizzera, e aspetta che qualcuno della Resistenza gli dia il via libera per attraversarlo. È pensieroso, la moglie incinta cerca di sollevarlo, accenna a cantare, e lui le dice: "Incantami, Naguine."

Ecco, non si sa come (se non forse con dei neon lampeggianti) lo sceneggiatore e regista Étienne Comar avrebbe potuto rendere più ovvio il senso di Django, biopic su uno dei più grandi chitarristi jazz di tutti i tempi, che nelle sue note e nel suo stile conteneva tutta la storia della musica della sua gente, dello swing, del blues, e perfino le particelle elementari del rock'n'roll a seguire.
Django, raccontando i due anni più duri della vita del musicista, parla del brusco risveglio alla realtà delle cose di un uomo che avrebbe solo voluto perdersi, un po' da egoista, nell'arte, nella musica, e nella sua stessa dissolutezza.
Perché poi Reinhardt gli occhi è costretto ad aprirli ben bene, quando i tedeschi lo braccano, rastrellano la sua famiglia, lo trattano da schiavo. Tanto da comporre una messa da Requiem per tutti i Sinti sterminati dai nazisti.

Da un lato l'artista che vorrebbe non vedere il mondo, ma solo la sua arte, quindi; dall'altro l'arte che ha necessariamente il destino d'interfacciarsi col Potere vigente: e allora, se Django all'inizio si disinteressava di tutto, ma di esibirsi a Berlino per Goebbels non aveva mica voglia, alla fine è costretto a suonare per i gerarchi che l'hanno catturato vicino al confine svizzero.
Ma con quella musica e il suo potere ipnotico ("questa musica da scimmie sta rendento tutti pazzi!", starnazza a un certo punto un generale di Berlino) rende possibile alla Resistenza di portare in salvoun aviatore britannico precipitato da quelle parti. L'Arte e il Potere, e il Potere dell'Arte: che da fuga egoistica può diventare strumento di fuga.

Peccato che in Django sia tutto così chiaro, così lineare, così omogeneizzato, così didascalico. Peccato che il regista non sappia decidere se imboccare senza riserve la strada del polpettone, o provare a fare l'autore. Peccato che - a dispetto della musica che ti fa battere il piedino - di Potere dell'Arte in questo film un po' bolso non ci sia sentore, né in senso personale né politico.
Non è, quello di Comar, un film "che fa sognare un po'", non è un film che incanta. È, invece, un film che costringe il suo protagonista,  generalmente è un bravo attore, a cimentarsi con registri non suoi, con spartiti pieni di note che non riesce a raggiungere: e che in due o tre scene fa anche, ingiustamente, la figura del gran tonno.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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