Disconnect - la recensione del film con Jason Bateman e Alexander Skarsgård

01 gennaio 2014
2.5 di 5
2

Un drammatico film corale sulla nostra dipendenza dalle nuove tecnologie

Disconnect - la recensione del film con Jason Bateman e Alexander Skarsgård

Il debutto al cinema di fiction del premiato documentarista Henry Alex Rubin, sceneggiato dal veterano Andrew Stern, si innesta direttamente sul solco di film drammatici corali dalla struttura circolare, tracciato da un maestro come Robert Altman e seguito tra gli altri da talenti come Alejandro González Iñárritu, Paul Haggis e Steven Soderbergh. A unire una serie di personaggi di provenienza a stile di vita disparati, a New York e dintorni, è stavolta l'incomunicabilità moderna derivante dall'uso continuo ma anche acritico e ingenuo delle nuove tecnologie.

L'assunto alla base della pellicola non brilla certo per originalità, prendendo a pretesto una serie di fatti di cronaca: il cyberbullismo, le chat erotiche con minorenni, le truffe telematiche. Tutto questo avviene a persone che già in partenza non comunicano tra di loro: una coppia in crisi dopo la morte di un figlio piccolo, un brillante avvocato troppo impegnato per dedicare tempo alla famiglia, un padre che si occupa proprio di crimini informatici ma non si accorge della solitudine del figlio orfano di madre, che finisce per spingere al suicidio un proprio coetaneo – di cui avrebbe anche potuto, conoscendolo davvero, essere amico - e un'ambiziosa reporter tv che per emergere sfrutta un ragazzo che si esibisce a pagamento davanti a una webcam. Sono tutti, in un certo senso, innocenti nelle intenzioni. Come molti, oggi, non si fermano a riflettere su cosa o chi ci sia nella rete, dall'altra parte dello schermo, e sulle conseguenze del capriccio o dello sfogo di un momento, sulla rapidità con cui le parole che digitano sulla tastiera possano trasformarsi in armi mortali. Sono pronti a concedere avventatamente fiducia agli sconosciuti e altrettanto velocemente a trasformarla in diffidenza e odio, non vanno mai in profondità, non si toccano, non si abbracciano, isolati in un mondo in cui tutto è filtrato e solo il dolore è reale.

C'è perfino troppo materiale di riflessione in una sceneggiatura ambiziosa e ricca, il cui unico difetto è una certa programmaticità di partenza. Bene fa dunque il regista ad affidarsi al suo ottimo cast (tutti bravissimi, ma colpisce Jason Bateman in un ruolo finalmente serio), in grado di improvvisare scambi e dialoghi che suonano autentici anche quando le situazioni sembrano un po' forzate. Alla fine, questa è una tragedia annunciata in cui – quasi – nessuno si fa male, e dove il dramma terribile di un adolescente in coma viene stemperato dalla consapevolezza che avrebbe potuto anche andare peggio. A non convincerci del tutto è l'aspetto un po' moralistico, da cautionary tale, dell'operazione, ma a livello di recitazione e di regia questo invito a disconnettersi dal virtuale per dare ascolto alle persone reali che ci stanno accanto, è senz'altro un ottimo prodotto.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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