Diario di un maniaco perbene - la recensione del film con Giorgio Pasotti

07 maggio 2014
2.5 di 5

Quasi un one man show per l'attore, in questa commedia su un pittore in crisi sentimentale e professionale.

Diario di un maniaco perbene - la recensione del film con Giorgio Pasotti

Lupo non scrive, ma quello che la sua voce nteriore racconta corrisponde a un vero e proprio diario. A quello, però, di un adolescente insicuro che non ha ancora avuto il tempo di capire come va il mondo e – soprattutto – come ci si relaziona con l'altro sesso. Ma nonostante l'aspetto da perenne ragazzino un po' arruffato, che nasconde una corazza con cui si difende dal mondo, Lupo ha quarant'anni. Ama le donne ma non le sa tenere, si imbarca in imprese rassicuranti perché impossibili come il goffo corteggiamento di una giovane suora, perde tempo, vive barricato nel suo attico/studio di pittore senza mai prendere in mano un pennello. Gentile anche con chi lo scoccia, tiene un cappio sempre pronto a ricordargli la possibile via di fuga, ma non è il giovane Werther, non trasuda passione e disperazione: è solo gentilmente depresso, è un ragazzo perbene che fa anche cose poco corrette senza mai chiedere agli altri la sua (passiva) disponibilità. E' un personaggio senza background, una figurina bizzarra in una città ancora piena di gente invadente e popolare, di cui lui sembra conoscere più la piccola bellezza che quella grande.

E' questo personaggio il fulcro dell'opera prima di Michele Picchi, Diario di un maniaco perbene, un film per certi versi spiazzante, originale e – inizialmente – un po' faticoso per l'invadenza della voce fuori campo, anche se si tratta in questo caso di un elemento necessario: è il modo che Lupo ha di vedersi e raccontarsi la vita nella sua solitudine, che si riduce fino a scomparire nel finale, assieme al suo ritrovarsi.

Non era facile imbastire un lungometraggio su una storia profonda ed esile al tempo stesso, ma Picchi controlla al meglio la materia col bellissimo sguardo della sua macchina da presa, la composizione delle inquadrature, la fotografia e la musica. E' l'aspetto estetico quello che ci ha colpito di più, una scelta stilistica che fotografa alla perfezione il mondo artistico di questo maniaco perbene in cerca di un senso della vita.

L'altra felice intuizione del regista è quella di aver scelto un protagonista col physique du role giusto per reggere sulle spalle quello che – con poche eccezioni - è un vero e proprio one-man show. Giorgio Pasotti, con la sua aria un po' straniata e l'aspetto da eterno adolescente arruffato, bello ma un po' goffo, tenero e irritante al tempo stesso, è il giusto interprete di Lupo. Bravo nei piccoli gesti che lo rappresentano, sicuro nella parte fisica e molto espressivo, si mette al servizio di una piccola storia che non mira a travolgere lo spettatore, ma preferisce coinvolgerlo con dolcezza.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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