Diamanti grezzi - Uncut Gems: recensione del film Netflix con Adam Sandler diretto dai fratelli Safdie

29 gennaio 2020
4.5 di 5
43

Un thriller di parole, potente e trascinante, che è stato vergognosamente snobbato all'Academy e avrebbe meritato più di una nomination agli Oscar. In streaming su Netflix dal 31 gennaio.

Diamanti grezzi - Uncut Gems: recensione del film Netflix con Adam Sandler diretto dai fratelli Safdie

Howard ha 48 anni. Howard si è appena alzato dal tavolo dove gli hanno fatto una colonscopia (dalla quale è risultato un polipo da indagare) e subito è in strada, a New York, e cammina di gran carriera verso il suo negozio di gioielli nel cuore del Diamond District newyorchese, e inizia a parlare al telefono, e di parlare - al telefono e non solo - non la smetterà mai, nel corso del film.
Howard ha fretta, Howard non si può fermare, Howard vive la vita aggredendola, seguendo l'impulso e l'istinto.
E per questo Howard è nei guai.

Non perché la moglie non sopporta più che lui mantenga la fidanzata/amante in un bell'appartamento in città, e la separazione è incombente, ma perché deve 100mila dollari ad Arno, uno strozzino, che poi è pure suo cognato. Soldi che ha preso in prestito per scommettere. Perché Howard è uno scommettitore compulsivo.
Gli scagnozzi di Arno lo perseguitano, ma col contante che riesce a racimolare, Howard scommette ancora, non ne può fare a meno.
D'altronde Howard sta per "chiudere il più grande affare" della sua vita.
Dall'Etiopia, dagli ebrei africani che lavorano e muoiono nelle miniere, si è fatto mandare un opale grezzo che conta di rivendere all'asta per almeno un milione di dollari. O così dice lui.
L'opale dovrebbe essere valutato dai periti della casa d'aste, ma Howard non riesce a portaglielo, perché l'ha preso Kevin Garnett - proprio lui, il giocatore dei Boston Celtics - che lo ha eletto suo portafortuna in campo, e che non lo riporta in tempo. E quando lo riporta Howard non ha il suo anello dell'NBA vinto nel 2008, che KG gli aveva lasciato in cambio dell'opale, perché nel frattempo l'ha impegnato. Per avere soldi. E scommettere.
Mentre gli scagnozzi di Arno lo perseguitano, e lui non smette di parlare, girare, fare impicci, telefonare.
E più le cose si fanno pericolose, più Howard alza la posta, con una luce negli occhi che sa di esaltazione mistica, la stessa del KG convinto di aver trovato il suo amuleto in quell'opale, dentro il quale, si dice, si può vedere tutto l'universo.
Solo che KG è un vincente, un predestinato. Howard è un piccolo uomo sgraziato, iracondo, sgradevole, uno che starnazza e intrallazza, e spera finalmente di trovare, nelle sue scommesse, la possibilità del suo riscatto.
La ricompensa di una vita di fatiche, di conti da pagare, di bocconi amari da ingoiare.

Howard è Adam Sandler, che è enorme in questo film, ma Howard siamo anche noi, le nostre piccolezze, i nostri difetti, le nostre ambizioni. I nostri sogni, quasi sempre infranti. E la sua vita fatta di difficoltà che si sommano ad altre difficoltà, di incastri difficilissimi e ansiogeni, è la nostra. E i suoi sentimenti, quell'amore così incasinato e così sincero che ha per la fidanzata/amante Julia, ma a suo modo anche per la quasi ex moglie, e per i figli, sono anche i nostri.
E per questo, per quanto possa sembrare eccessivo e un po' sgradevole, oltre che uno che i guai se li va a cercare col lanternino, non possiamo non volergli bene. Non possiamo non sperare che le cose per lui si sistemino. Non sperare che con lui che le sue scommesse, quell'ultima, grande, folle e lucida scommessa, lo faccia diventare per una volta il vincente che sogna di essere, e non fremere al suo fianco guardando gara 7 della semifinale Sixers-Celtics dei playoff NBA 2012, anche se molti di noi sanno già come va a finire. Come va a finire la partita, almeno; non la scommessa di Howard.

Diamanti grezzi è un grandissimo film. Non è il film che consiglierei a chi vuole passare una serata in relax, perché è un film che non si ferma mai, che non sta mai zitto, e che non la smette mai, nemmeno per un secondo, di farti seguire le peripezie di Howard con l'ansia addosso e il fiato sospeso. Perfino nei momenti - rari, rarissimi - di quiete, di pausa nel suo incessante movimento, quei bravissimi disgraziati dei fratelli Safdie ti raccontano le cose facendoti sempre pensare che qualcosa - qualcosa di brutto - potrebbe accadere da un momento all'altro.
Non c'è svolta, o bivio narrativo, in questo film, nel quale non ci si senta addosso tutti i potenziali rischi delle relative scelte. Perché la vita di Howard è così, ma a ben vedere è così la vita di tutti, perché ogni decisione e ogni passo ci espone a conseguenze, ogni azione a una reazione spesso imprevedibile, o incontrollabile. Perché per Howard e per noi, alla fine, tutto è sempre così al limite, tutto così precario, tutto giocato sempre sul filo del rasoio, come un tiro da tre scoccato proprio a fischio della sirena.
Ci si gioca tutto, perché in fondo tutti sogniamo la nostra riscossa, grande o piccola. Vogliamo vincere. Perché, quando vinci, conta solo quello. Perché rischiando, arriviamo alla purezza della Verità.

Il controllo di Josh e Benny Safdie sul loro film è totale. Eppure non c'è mai un singolo istante in cui Diamanti grezzi sembri artificiale, o artificioso, o eccessivamente costruito. Al contrario, è un film che senti epidermicamente, e con la pancia, e ne percepisci tutti i rumori, perfino gli odori, e la fatica.
Lo è grazie a come è girato. A come è fotografato (da Darius Khondji) e montato. Grazie a quel Sandler maestoso, ma anche a Julia Fox, a Lakeith Stanfield, a Eric Bogosian, a Kevin Garnett, e a tutte quelle facce incredibili che i Safdie hanno messo assieme per raccontare un mondo reale, realissimo, e che si vede conoscono bene. Grazie a una manciata di battute folgoranti seminate nel film, e quasi annegare nel flow costante delle parole di Howard.
Grazie al loro fucile di Checov, che in questo caso è il pulsante di apertura della porta di sicurezza del negozio di Howard, e di una colonna sonora di Daniel Lopatin tutta sintetizzatori capace di fare da tappeto sonoro perfetto all'agitazione, all'esaltazione e alla malinconia di Howard.
Fino alla fine. Fino a quell'ultima inquadratura che ti fa rimanere con lo stomaco strizzato e il fiato sospeso, mentre lo zoom stringe sul volto di Howard e sul suo destino, fin dentro il suo corpo, il suo mondo, i suoi sogni, il suo universo. La sua verità.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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