Diamante nero: la recensione del film di Céline Sciamma

12 giugno 2015
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La vita di un gruppo di ragazze nere nella periferia parigina nel nuovo film della regista di Tomboy.

Diamante nero: la recensione del film di Céline Sciamma

Quattro ragazze sedicenni - vera e propria gang di dure - vanno in giro nei centri commerciali a provarsi vestiti e a dedicarsi al taccheggio, si azzuffano con coetanee rivali a pugni e a calci (col video poi caricato su internet per umiliare e distruggere la combattente sconfitta) e coi soldi estorti a compagne di scuola o di altra illecita provenienza affittano una stanza in un hotel dove si ubriacano e ballano scatenate, prima di crollare addormentate nel lettone. Potrebbe essere il ritratto di una posse di coatte romane, di ragazze che crescono per strada con i genitori assenti per colpa o per necessità. Succede invece in Diamante nero, terzo film della regista Céline Sciamma, che al tema dell'identità ha dedicato la sua intera filmografia, dall'esordio Naissance des Pieuvres al bellissimo Tomboy, fino – fatte le debite proporzioni - alla serie a cui ha collaborato come sceneggiatrice, l'imprescindibile Les revenants.

Le sue ragazze sono nere e vivono nella periferia parigina, l'ormai nota ed esplosiva banlieu che ha dato vita a una sorta di sottogenere cinematografico. L'identità in questo caso si costruisce in base alle pressioni sociali e parte dall'esclusione dell'Altro: il gruppo tiranneggia le coetanee più deboli e si scontra con le bande rivali per il controllo del territorio e la stima dei maschi presenti. Arrivarci da soli, come prova a fare Marieme, la sedicenne al fulcro della storia, è molto più difficile e doloroso. L'adolescenza è età di emancipazione dalla famiglia d'origine e dalla propria infanzia, per conquistarsi un posto in un mondo che fa paura e in un futuro imperscrutabile. E' un momento in cui ci si definisce in negativo, per quello che non si è e che non si vuole essere.

Per raccontare queste ragazzine così come sono e l'educazione sentimentale contemporanea della protagonista, Sciamma ha scelto una forma raffinata e una messinscena molto evidente, creando una fiction d'ispirazione seriale (è come serie che il film era stato pensato all'inizio) con lunghe dissolvenze al nero che preludono a nuovi episodi e nuovi finali, prolungando il tempo dell'attesa. Un film in cui i colori, gli abiti, le acconciature, le musiche e le location (dalle Halles alla Defense, dove si svolge una gara di street dance), racchiudono una storia molto realistica che nonostante la confezione fa l'effetto di un classico documentario sull'adolescenza contemporanea. Senza esprimere giudizi e mostrando le sue ragazze nei loro momenti migliori e peggiori, l'autrice confeziona un film sicuramente in grado di parlare ai coetanei delle protagoniste ma che rischia di lasciar fuori il pubblico adulto. Preoccupata di fotografare la realtà nel suo svolgersi, pur filtrandola attraverso l'artificio stilistico, scrive loro una serie di situazioni tipiche proprio del cinema a cui non vuole appartenere: Marieme ha un fratello che fa – con violenza - le veci del padre assente, due sorelline adoranti, le amiche del cuore che la proteggono, vive il suo primo amore, scappa di casa e si fa coinvolgere in attività illegali prima di ritrovarsi, piangente, sotto il portone di casa sua senza avere il coraggio di (ri)entrare. Non manca nemmeno la teenager mamma che gli orribili reality di MTV hanno fatto conoscere al pubblico televisivo.

Sembra strano che Sciamma parli del suo film come di un'opera più ottimista rispetto al filone banlieu: è vero, qua nessuno muore, ma in questa massa di giovani che non vanno a scuola e passano il tempo lasciate totalmente a se stesse è difficile vedere un segno di speranza per il futuro. Restano impresse le protagoniste e la spontaneità con cui si mettono a nudo e soprattutto Karidja Tourém, un'esordiente che ha la forza e la capacità di essere naturale in ogni scena e di rendere credibili le sue molte metamorfosi, anche quando sembrano forzate per esigenze di narrazione.

E' fondamentale nell'economia del film la (troppo) lunga sequenza in cui le ragazze cantano e ballano sulle note di Diamonds di Rihanna, un inno generazionale che ben descrive il sentimento estremo di fierezza e orgoglio dell'adolescenza, specialmente in un gruppo sociale relegato ai margini della società: loro si sentono bellissime, come diamanti in mezzo al cielo, uniche e libere di inventarsi una vita e un'identità per sfuggire a un vissuto triste e deprimente e a un mondo che non le comprende. Giusto e ben “detto”, ma da una regista tanto sensibile e interessata al tema come Céline Sciamma ci saremmo aspettate maggiore originalità di scrittura nel dirlo.

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Diamante nero
Il trailer italiano del film - HD


  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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