Diabolik sono io, siamo noi: sul film (un po' documentario, un po' fiction) di Giancarlo Soldi sul leggendario fumetto

10 marzo 2019
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Soldi, che già aveva dedicato un documenatrio a Tiziano Sclavi, ripercorre la storia del personaggio ideato e sviluppato dalle sorette Giussani con interviste, splendide immagini di repertorio e innesti fiction non proprio necessari

Diabolik sono io, siamo noi: sul film (un po' documentario, un po' fiction) di Giancarlo Soldi sul leggendario fumetto

Quando penso a Diabolik penso alle cose cui pensiamo più o meno tutti: a quegli occhi penetranti e alle sopracciglia ad ala di gabbiano che sbucano dalla mascherina; a quella tunina nera che solo a un personaggio disegnato può stare così bene (state attenti, Manetti Bros.!); alla bellezza elegante e seducente di Eva Kant; al pugnale, i dardi avvelenati e al penthotal, che prima di leggerlo nemmeno sapevo cosa fosse; a quella che è una delle auto più belle che ingegno umano abbia mai disegnato, la Jaguar E-Type, e ai suoi accessori bondiani.
E poi penso a quella piccola libreria che separava il mio letto da quello di mio fratello nella casa del mare, riempita per metà di numeri Topolino e per metà di quegli albi, simili nel formato, ma così diversi in tutto il resto, dal bianco e nero, ai temi delle storie, a quelle quarte di copertina con i ritratti dei personaggi principali delle singole storie.
È stato grazie a quella libreria e a quell’eredità paterna che sono entrato nel mondo di Diabolik, che è un mondo strano. Il mondo di una Clerville che è un po’ Milano, un po’ Marsiglia e un po’ Parigi, e che a modo suo ti richiede quella stessa sospensione dell’incredulità delle storie ambientate a Paperopoli o Topolinia, e che però invece - a differenza di quelle dei paperi e dei topi - avevano la pretesa e il linguaggio del realismo.

Non leggo Diabolik da tanto, lo ammetto, e allora di questa cosa strana qui mi sono accorto solo vedendo Diabolik sono io e ascoltanto le testimonianze dei vari personaggi che sono stati coinvolti da Giancarlo Soldi in questo suo film che un po’ è documentario e un po’ è fiction.
Soldi - che bissa con Diabolik sono io l’approfondimento fumettistico di Nessuno siamo perfetti, il suo documentario di qualche anno fa dedicato al papà di Dylan Dog, Tiziano Sclavi - parte infatti da un mistero reale e tutt’ora irrisolto che circonda Diabolik: il disegnatore del primo numero del fumetto, intitolato "Il re del terrore", sparì infatti nel nulla dopo aver consegnato le tavole, e da allora non se ne è avuta più alcuna notizia. Le sorelle Giussani, racconta il film di Soldi, ingaggiarono perfino il celeberrimo investigatore privato Tom Ponzi per scoprire che fine avesse fatto il disegnatore, che si chiamava Angelo Zarcone, ma anche in quel caso le indagini risultarono infruttose.

Per raccontare la storia di Diabolik, Soldi parte allora da lì, inframmezzando le interviste a personaggi come Carlo Lucarelli, Tito Faraci (sceneggiatore, guarda un po', di Topolino), Andrea Carlo Cappi, lo storico del fumetto Gianni Bono e l’editore di Diabolik Mario Gomboli, a una storia fantastica e raccontata con la lingua della finzione.
Soldi immagina che Zarcone abbia perso la memoria e che oggi, rimasto miracolosamente giovane come allora, si ritrovi a vagare per Milano, chiedendosi chi sia, e perché si ritrova a disegnare un personaggio vestito di nero e una ragazza bionda con lo chignon.
A dirla tutta, questa parte fiction di Diabolik sono io non è che sia proprio riuscita. E il modo in cui poi s’intreccia con la ricostruzione della storia di Diabolik e con i personaggi che la raccontano e la ripercorrono, a tratti un po’ forzato.
Però alla fine non importa, perché quello di Soldi è un piccolo film leggero e agile, ma per nulla stupido, che anzi parla di un mito del fumetto in maniera attenta e scrupolosa ma senza mai diventare pedante, grazie anche al giusto tono che adottano i suoi intervistati.

Le parti più belle del film, però, sono le tante immagini di repertorio che vedono protagoniste Angela e Luciana Giussani, le creatrici di Diabolik.
Sono molto interessanti le testimonianze e le riflessioni di Lucarelli, Faraci e soci, e davvero possono far ripensare criticamente a certi aspetti sorprendenti e innovativi del fumetto che, da semplici lettori, magari ci erano sfuggiti; ma la bellezza di quell’intervista fatta nel salotto di queste due eleganti sciure milanesi negli anni Sessanta, che tra tè, porcellane e sigarette e parlano con un candore sincero e furbo assieme del loro lavoro e della loro creatura, vale da sola il prezzo del biglietto.

Diabolik sono io
Il Trailer del Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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