Devil's Knot - la recensione del film di Atom Egoyan

05 maggio 2014
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Con un materiale scottante le mani Egoyan prosegue la sua ricerca della verità ma resta troppo cauto.

Devil's Knot - la recensione del film di Atom Egoyan

La domanda è: perché Atom Egoyan ha deciso di raccontare, seppur attraverso un film di finzione, il noto fatto di cronaca dei Tre di West Memphis?
Come mai il regista de Il dolce domani ha accettato di trasformare in immagini una sceneggiatura basata su un libro della giornalista dell’Arkansas Times Mara Leveritt, andando a rinverdire una selva di documentari, articoli e programmi televisivi dedicati all’accaduto?

La risposta è semplice ed è contenuta nell’essenza della poetica del regista, autore rigoroso che come George Cukor in Les Girls di George Cukor, si chiedeva, attraverso un personaggo: “Dov’è la verità?”.
A Egoyan non interessa la verità in assoluto, piuttosto lo incuriosiscono le molteplici sfumature della verità, le sue infinite declinazioni. E se il mistero che gli consente di continuare a fare un cinema di diverse prospettive è un caso irrisolto come l’omicidio dei piccoli Stevie Branch, Christopher Byers e Michael Moore, allora tanto meglio.

In Devil’s Knot, Atom Egoyan illustra quattro diversi punti di vista. Ci sono i tre sospetti Damien Echols, Jason Baldwin e Jessie Miskelly e c’è la piccola comunità di West Memphis, animata dal bisogno spasmodico di vederli chiusi in carcere o condannati a morte; ci sono le famiglie delle vittime e, non ultimo, quel detective Ron Lax in cui potremmo facilmente riconoscere lo sguardo dello spettatore. Ma non solo.
Il timido private eye che collabora con la difesa perché contrario all’iniezione letale rappresenta anche la visione dello stesso regista, o meglio il suo raffinato voyeurismo, la sua eleganza di stile e la sua sobrietà, il suo spaesamento di fronte agli eccessi dell’umana crudeltà e dell’ottuso bigottismo.

Il personaggio però, che è realmente esistito e quindi non funziona da scolorito dispositivo narrativo, ha la sfortuna di restare imbrigliato nel suo cauto timore e nella sua pruderie, forse un po’ penalizzato da un Colin Firth molto poco “southern” e troppo "A single Man".  E bloccato rimane anche Egoyan, che fa bene a scartare l'opzione horror, ma che, per troppa discrezione, spesso manca di incisività.
Non creano empatia neppure le scene ambientate in tribunale, perché i dettagli del processo ai satanisti (o presunti tali) li conosciamo bene.
Non sarebbe stato meglio, allora, entrare di più nelle vite di Echols e compagni, che rappresentano quella generazione perduta che non ha riferimenti né guide né tanto meno i soldi per pagarsi l’università?

Laddove invece la potenza e l’intensità lasciano il segno è nella descrizione della reazione al dolore di una delle madri delle vittime: la Pam Hobbs di Reese Witherspoon. Nella crescita interiore di questa donna, per cui la religione non è dottrina ma spiritualità, sta il cuore vivo del film e anche il suo significato più importante, la sua finalità: la ricerca delle vie in cui affrontiamo l’ignoto e dei modi in cui facciamo fronte al mistero della morte.

In questa indagine, speculare alle ricerche di Lax, Atom Egoyan si interessa al “come”.
I “perché” restano invece sospesi, primo fra tutti il recondito motivo per cui una città che ha perso tre dei suoi figli abbia voluto scarificarne altrettanti solamente per vendetta.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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