Death Note: la recensione del film Netflix che adatta in live action l'omonimo manga

24 agosto 2017
2.5 di 5
11

Adam Wingard, giovane talento dell'horror, cerca di parlare delle questioni di oggi mantenando alto il tasso di divertimento.

Death Note: la recensione del film Netflix che adatta in live action l'omonimo manga

Già mentre aspettavo di vedere Death Note, riflettevo sul fatto che parlare oggi - l'oggi in cui rancori, odi e liquidi biliari vari si riversano senza argini sulle pagine di tutti i social network, favoriti dalla barriera della distanza e di un anonimato più o meno relativo; l'oggi delle guerre "intelligenti" e dei droni pilotati in remoto: a voi stabilire nessi e differenze - dei dilemmi e delle azioni di un ragazzino che scopre di poter uccidere chiunque senza sporcarsi le mani, solo scrivendo il nome della vittima su un quadernino stregato, mi pareva una cosa molto interessante.
E mi pareva che fosse quello, prima di tutto, l'elemento da valutare nel film diretto da Adam Wingard (giovane talento dell'horror contemporaneo) e prodotto da Netflix.

Visto il film, mi pare abbastanza chiaro come il regista di You're Next e The Guest abbia perlomeno provato a costruire il suo film attorno a questa dimensione etica della storia che raccontava, mediandola con le esigenze di un intrattenimento che segue con divertita spavalderia le regole dell'horror, e che non si tira indietro di fronte alle esigenze perfino dello splatter.
Trasportato dal Giappone a Seattle, costa ovest degli Stati Uniti, Death Note racconta quindi di come Light e Mia, due liceali vagamente marginali, si tramutino in vigilantes su scala mondiale quando al primo piove letteralmente ai piedi il quadernino che dà il titolo al film, e di come però la loro leggerezza nel farsi giudici, giuria e boia di una loro privatissima corte di giustizia (veri e propri dei della morte) porti inevitabilmente a farsi sfuggire le cose di mano.

Il racconto, quindi, pur fantastico è legato a questioni umanissime: e se il film si chiude con una battuta come "You humans are so interesting," per quanto recitata dalla voce beffarda del Willem Dafoe che doppia il demone Ryuk, qualcosa vorrà pur dire. Così come qualcosa vorrà dire che l'agire di Light e Mia sembra avere analogie marcate con le varie "esportazioni della democrazia" cui abbiamo assistito in questi anni.
Le intenzioni di Wingard sono chiare: purtroppo non lo è altrettanto il suo racconto, che pare normalizzarsi via via proprio quanto - paradossalmente - si fa più intrecciato e bulimico.
Fin quando Light e Mia vivono la fase dell'esaltazione, e agiscono senza intralci, Death Note è un film divertente e scanzonato, che riserva anche qualche sorpresa. Quando però i nodi iniziano a venire al pettine, a nascere dissidi e diverbi, e quando emergono le domande più interessanti, tutto si fa un po' scontato e soprattutto molto confuso, come a evitare che si ragioni troppo seriamente sui temi della storia.

Fortunatamente è proprio in questa fase che entra in scena il personaggio più riuscito per del film, l'idiosincratico L., e per fortuna Margaret Qualley (la ragazza che ballava scatenata nel bellissimo spot di Spike Jonze per un profumo di KENZO) ha presenza scenica a sufficienza per reggere l'ambiguità richiesta dal ruolo di Mia.
Non bastano però, loro due, né serve il supporto solidissimo di Shea Whigham nei panni del padre poliziotto di Light, a evitare a noi che guardiamo l'impressione che Death Note si vada accartocciando sempre più su sé stesso nel tentativo di essere troppo e troppe cose tutte assieme, sprecandosi, perdendo di vista anche il puro divertimento horror dell'inizio e anche calcando troppo la mano sullo stile vivace e al neon della regia di Wingard.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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