Dark Horse - la recensione del film Todd Solondz

05 settembre 2011
3.5 di 5
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Non fatevi ingannare dalle prime impressioni o dalle letture superficiali. L'espressione anglosassone dark horse, che dà il titolo al nuovo film di Todd Solondz, non indica un perdente.

Dark Horse - la recensione del film Todd Solondz

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Dark Horse - la recensione del film Todd Solondz


Non fatevi ingannare dalle prime impressioni o dalle letture superficiali. L'espressione anglosassone "dark horse", che dà il titolo al nuovo film di Todd Solondz, non indica un perdente. Non è l'equivalente del nostro "pecora nera".
Indica, invece, chi raggiunge un risultato in maniera del tutto inaspettata, partendo da tutt’altro che favorito, senza avere la considerazione di nessuno. Una sorpresa, insomma. Magari potenziale.

La pignoleria sulla questione è necessaria per comprendere ancora meglio la caustica e dolorosa ironia di Todd Solondz, il suo cinismo (solo apparentemente) sprezzante. Perché Abe, il protagonista del film interpretato da bravo Jordan Gelber, non è un dark horse: è quello che pensa di essere, quel che suo padre ha per anni sognato potesse diventare, quel che vorrebbe gli altri vedessero in lui. Ma Abe, in realtà, non vince. Nulla. Perde anzi, anche quel poco che aveva.

Forte di una scrittura e di un capacità di messa in scena di incredibile fluidità, scorrevoli e oliate nei minimi dettagli, Todd Solondz racconta il patetismo commovente di un protagonista che ha sempre percepito la vita come una lotta e che per questo ha sempre cercato di evitarla, rifugiandosi nel comodo guscio di un'infanzia perenne e priva di responsabilità.
Non è un caso, allora, che il suo guscio si rompe, drammaticamente, quando la vita vera irrompe nella sua routine nella figura della Miranda interpretata da Selma Blair e quando la prospettiva di un matrimonio impone il confronto con delle responsabilità sempre rimandate. È allora che, di fronte all'incombere di una realtà a lungo negata, Abe gli sfugge ancor di più, sprofondando in un mondo di fantasie oniriche che però, invece di consolarlo, lo disorientano ancora di più.
Proseguendo le precise analisi di mondi e personaggi scentrati, raccontando il caos dei sobborghi geometrici e color pastello, l'America nascosta sotto gli occhi di tutti, Solondz affronta gli slittamenti tra la realtà e i sogni ad occhi aperti del suo protagonista senza cesure o soluzione di continuità, fino ad un finale cupissimo ma ammantato di un velo d'incertezza e di molta tenerezza.

Ma non date retta a coloro i quali vi diranno che Solondz non è più cattivo, che Dark Horse è un film inoffensivo (e quindi inutile).
Perché Dark Horse agghiaccia mentre diverte, e perché se il suo regista conferma ancora una volta - dopo Palindromes e Perdona e dimentica - di provare affetto per quei personaggi che racconta comunque con doloroso sarcasmo, è solo perché è più maturo e attento come regista.
Chi vi dice il contrario non capisce nulla. Non solo di cinema ma anche della vita.

Dark Horse
Il trailer del film di Todd Solondz (lingua originale)


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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