Damsels in Distress - recensione della commedia con Greta Gerwig

31 luglio 2012
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Donzelle così le inventa il cinema, indipendente. Indipendenti loro dai cliché della normalità e (in parte) dei generi.



Donzelle così le inventa il cinema, indipendente. Indipendenti loro dai cliché della normalità e (in parte) dei generi. Donzelle così negli anni zero sono in pena né più né meno che nel decennio prima, eppure il quadro confuso, brillante e altalenante della loro vita sentimental-scolastica riesce quasi ad incoraggiare.
Perché forse l’antidoto alla decadenza dei nostri tempi è stare dietro a ogni stranezza, col cuore pacifico e sfuggente. Quello di Violet (Greta Gerwig) per esempio, leader docile e depressa di un trio femminile che vuole aiutare confraternite di machi un po’ tonti a sentirsi migliori e studenti in crisi affettiva a non buttarsi dal secondo piano dell’ateneo.

Whit Stillman ama questo delle sue ragazze borghesi con nomi di fiori (Violet, Lily, Heather e Rose), che si impegnano senza senso a confortare gli aspiranti suicidi dispensando ciambelle, buoni odori e corsi di ballo. Carine, ma non cattive come le barbie di molti teen-movie, le fanciulle moderne di un college dell’East Coast fanno gruppo perché sono piene di ingenuo altruismo e certezze comportamentali che fanno acqua dopo un secondo.
In pochi, e nessuno di proposito, hanno abbinato saponette e tip-tap per curare il disfacimento delle giovani leve americane di buona famiglia, in questo c’è della fantasia e della comicità. Stillman, che le possiede entrambe, le rende necessarie per intonarsi, uscendo dal coro, ad un genere “collegiale” e giovanilistico già molto calcato e attraente.
Damsels in distress
è lieve e insensato come i personaggi del campus, nessuno realmente vile, nessuno realmente euforico, ma tutti (damigelle con shock nasale da cattivo odore e maschi che non distinguono i colori) pieni di vita, di parole, di timori (anche infondati). Di gelosie, desideri e delusioni.

Sincero e spiritoso Stillman, a 60 anni, e a più di dieci di distanza dagli “ultimi giorni della disco” music, è contento di non dover condividere le stesse ansie di Violet, ma in realtà ne è complice perfetto. Perché nella sua commedia, ancor più della fantasia e della stravaganza, è programmatica l’incertezza (probabile vera cadenza autobiografica del regista, qui molto meno cinico e nostalgico). Così Violet (ottima Greta Gerwig) unisce tenerezza e arroganza elitaria, stoccate verbali e passettini, mentre la voce critica di Lily (Analeigh Tipton) elogia la normalità delle aspirazioni. Tutto il ricamo ciarliero del film, a volte snob, a volte sempliciotto e originale, presenta pensieri e cliché come verità assolute, da poter demolire con disinvoltura quasi subito.

Piacevole quindi affezionarsi a tutto questo leggiadro fuori fuoco, diviso in capitoli e con abiti pastello, tranne perdere il filo del discorso. Perché se l’enfasi dell’eccentrico è il nuovo conforto nello stare al mondo senza punti fermi, a volte la tessitura dei dialoghi diventa maldestra e spiazzante come l’aiuto anti-suicidio delle damsels. E il fenomeno sociale della sambola rischia drammaticamente di non attecchire.



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