Dall'alto di una fredda torre: la recensione del film con Edoardo Pesce e Vanessa Scalera

11 giugno 2024
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Da un'opera teatrale di Filippo Gili, diretta da Francesco Frangipane che firma anche il film, una storia che parla di una scelta impossibile e crudele a cui sono costretti due figli. La recensione di Daniela Catelli.

Dall'alto di una fredda torre: la recensione del film con Edoardo Pesce e Vanessa Scalera

Antonio ed Elena sono due fratelli gemelli, adulti e senza compagni. Il primo vive a stretto contatto con la natura, la seconda insegna nuoto ai bambini. I genitori sono una coppia borghese, senza parenti. I medici rivelano ai figli che il padre e la madre soffrono entrambi di una pericolosa e grave sindrome e necessitano di un trapianto di staminali, assicurando loro che tutto si risolverà se, com’è altamente probabile, entrambi risulteranno donatori compatibili. La vita, però, se ne frega delle possibilità, mettendoli di fronte a una tragica scelta: solo Elena è in grado di sottoporsi all’operazione e dunque devono decidere quale genitore salvare. Chi condanneranno a morte certa?

Dall’alto di una fredda torre, trasposizione cinematografica del secondo capitolo di una trilogia teatrale, scritta da Filippo Gili e portata al successo a teatro proprio da Vanessa Scalera, che riprende nel film il ruolo di Elena, è il debutto cinematografico di Francesco Frangipane, direttore artistico del virtuoso Teatro Argot Studio di Roma, erede della splendida tradizione romana dei teatri off, dove tantissimi attori si sono confrontati negli anni con testi inediti e drammaturgie sperimentali, di fronte a un pubblico seduto a pochi metri di distanza. Una palestra fondamentale che ha permesso la scoperta di giovani autori e quella di interpreti oggi rinomati per i lavori cinematografici e televisivi. Come ad esempio, oltre a Scalera, Giorgio Colangeli, che qua interpreta il padre. Da altri percorsi arrivano invece Edoardo Pesce (Antonio) e Anna Bonaiuto (la madre), che uniscono i loro indiscutibili talenti per metterli al servizio di un testo ambizioso e paradossale, .

Estranei o parenti sono soliti chiedere sorridenti ai bambini se vogliono più bene alla mamma o al papà: se la scelta viene fatta, tutti si fanno una bella risata, inclusi i genitori. Sanno che è impossibile quantificare l’amore per chi ti protegge e ti accudisce e che le preferenze non hanno senso a quell’età e spesso mutano con le circostanze. Da grandi può capitare di giocare a “chi butteresti giù dalla torre?”, in cui viene chiesto di scegliere tra più personaggi uno dei quali deve essere necessariamente sacrificato. Ma il dilemma a cui si trovano di fronte Antonio ed Elena è di quelli esistenziali, non è un gioco, li mette a confronto con le loro fragilità, la loro rabbia, le frustrazioni di una vita e l’impossibilità di compiere una scelta seguendo criteri impossibilmente razionali o dando retta all’istinto. La scienza, dal canto suo, reclama una risposta: quale vita dobbiamo salvare? L’assunto al centro della vicenda è chiaramente paradossale, come le domande di cui sopra, ma ci chiede di provare a pensare alla nostra responsabilità nei confronti delle persone a cui vogliamo bene, ci mette di fronte a quei momenti nella vita in cui tutto vorremmo fare fuorché scegliere, ma scegliere dobbiamo perché è questo che gli adulti devono fare per andare avanti.

Chi vuoi salvare? Chi vuoi uccidere? Vuoi che tuo padre o tua madre vengano abbandonati al loro destino? Se li sapessi malati in modo irreversibile vorresti che la scienza si accanisse per prolungargli anche quella specie di vita o preferiresti lasciarli andare? Sapresti arrogarti il diritto di una scelta che coinvolge un problema morale così grande? Dall’alto di una fredda torre non dà e non è interessato a dare risposte teoriche, ci mostra solo gli effetti della decisione (o della non decisione) su chi deve prenderla, ovvero due figli mai davvero cresciuti, scatenando il loro bisogno di amore, accentuando le differenze caratteriali ed esasperando la conflittualità nei rapporti coi genitori (dinamiche normali, qua esasperate dal fatto che solo i figli sono a conoscenza di quello che è ancora un segreto). Dall'alto di una fredda torre pone le questioni esistenziali che affrontano, nell'indifferenza degli dei, i personaggi di’ una tragedia greca, che qua si consuma in un ambiente borghese. Il film racconta questo conflitto in modo a tratti rarefatto e un po' gelido, soffocante come l’aria che si respira a fatica in cima a quella torre in cui la storia, partendo dai genitori per arrivare ai figli, è racchiusa circolarmente. Se qua e là fanno capolino in modo fin troppo evidente la metafora e la teatralità di un assunto volutamente assurdo, di sicuro non è una visione che lascia indifferenti, anche grazie a un quartetto di attori in stato di grazia.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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