Crimes of the Future, la recensione del film di David Cronenberg in concorso al Festival di Cannes 2022

24 maggio 2022
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Il regista di Videodrome, Crash e eXistenZ torna indietro nel tempo, a quei film e ai loro temi, rimanendo però fedele allo stile algido e cerebrale del suo ultimo cinema. Il risultato è quello di un film teoricamente abbastanza interessante, ma che si autocondanna al deja vu. Se prima Cronenberg era avanguardia, oggi è un allineato al presente.

Crimes of the Future, la recensione del film di David Cronenberg in concorso al Festival di Cannes 2022

“C’è tutto il suo cinema”. Una frase oramai diventata parodistica, svuotata di ogni significato, destinata al fastidio per la sua vacuità.
Eppure, è anche vero che dentro Crimes of the Future c’è tutto il cinema di David Cronenberg. C’è il post-umano, c’è il sex appeal dell’inorganico e pure quello dell’organico, il rapporto dell’uomo con la tecnologia e col proprio corpo.
Con questi temi, con queste parole d’ordine, mi pareva di essere tornato ai tempi dell’università, dei testi d’esame di culto, delle VHS con sopra Videodrome, La mosca, Il pasto nudo, Crash, eXistenZ.
Che bellezza. O no?
Perché insomma, sono passati più di vent’anni, il mondo è cambiato, io sono cresciuto, Cronenberg è invecchiato. E allora?
Allora, per stare al passo coi tempi, Cronenberg trova comunque la sua soluzione, narrativamente parlando.

In un futuro prossimo vagamente post-apocalittico, e post-noir, sempre più sintetico, tecnologico e degradato (il tutto ricostruito in Grecia, laddove greci sono molti dei soldi che han permesso la produzione, e laddove la Grecia è scenario perfetto per quel che si vuol mostrare), l’organismo degli umani va modificandosi.
Non c’è più il dolore, nascono e si sviluppano nuovi e misteriosi organi interni, il corpo si fa oggetto d’arte e il sesso passa per la chirurgia. C’è chi modifica il proprio corpo, il proprio interno appositamente, chi invece lo vede mutare da solo, o per spinta inconscia.
Saul, che è uno di quelli cui spuntano organi nuovi, e uno dei tanti ha fatto del suo corpo (e dell’espianto di queste nuove appendici interiori) una performance e un lavoro, perché nel mondo di Crimes of the Future non è lo Spazio, l’ultima frontiera, ma quello che abbiamo dentro, letteralmente.
Ma Saul è anche l’informatore di una nuova Buoncostume che si occupa di regolamentare gli eccessi legati alle mutazioni: perché superare l’umano è insurrezionale.
E a preoccupare è soprattutto un gruppo di persone che, artificialmente, han reso il loro apparato digerente capace di processare la plastica.

Interessante, questa cosa.
Mangiare la plastica come passo evolutivo, come modo per adattare l’umano al mondo che l’umano ha reso una discarica a cielo aperto. Per allineare l’organico al sintetico diffuso del nostro presente: lì dove c'era ibridazione, ora c'è metabolizzazione.
Interessante la sparizione del dolore, in un tempo in cui tutti siamo desensibilizzati dalla medizione tecnologica, e ipersensibili sono per quel che riguarda la nostra individualità.
Interessante il modo in cui Cronenberg incrocia questa specifica vicenda con quella di Saul: la modifica artificiale del corpo e quella frutto di un “naturale” processo evolutivo. Che poi, nel mondo reale, mica riguarda la plastica, ma esiste, questa dialettica.
Interessante la domanda: il post-umano è ancora umano? Vale più dell’umano? È inevitabile?
Insomma: di teoria se ne può fare tanta. Se ne farà tanta.

Però all’università io non vado più. E sono passati vent’anni da quando Cronenberg faceva certi discorsi. E li faceva molto meglio.

C’è anche da dire che, siccome Cronenberg ha preso i temi del suo passato ma ha anche utilizzato lo stile algido e la recitazione anemica dei suoi ultimi, non memorabili film, Crimes of the Future, purtroppo, è un po’ inerte. Un lungo alternarsi di ripetuti, volutissimi déjà vu. Un film poco sensuale, paradossalmente poco carnale e viscerale, molto cerebrale.
In altri termini, poco coinvolgente. E che ha il retrogusto amaro dell’artificiale, del sintetico, della plastica.
L’evoluzione è inevitabile, non contano gli sforzi di chi vorrebbe fermarla, dice Cronenberg in questo film. Non sono sicuro che lui, Cronenberg, per assurdo che possa sembrare, con l’evoluzione del cinema e dei temi del presente sia stato al passo fino in fondo.
Dalla sua, d’altra parte, ha che vent’anni fa lui era talmente più avanti di quasi tutti gli altri che oggi, perlomeno, nel contesto del presente, riesce ancora a fare una figura cinematografica e intellettuale più che dignitosa.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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