Crazy for Football: recensione della commedia calcistica con Sergio Castellitto e Max Tortora

19 ottobre 2021
3.5 di 5
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Si muove fra commedia, racconto epico e malinconia Crazy for Football, che riporta Volfango De Biasi a parlare della nazionale italiana di calcio a 5 messa su dallo psichiatra Santo Lulli. Il film, che vede protagonisti Sergio Castellitto e Max Tortora, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma.

Crazy for Football: recensione della commedia calcistica con Sergio Castellitto e Max Tortora

"Chi è matto non è normale, chi non è normale è fuori dal mondo" - dice lo psichiatra Saverio Lulli mentre parla dei suoi problematici pazienti. Lulli è un uomo buono e comprensivo, che riesce a guidare le persone che cura in mezzo alle tempeste della vita, ma che annaspa di fronte ai suoi affetti familiari. Lulli, dallo sguardo tenero e dal piglio deciso, esiste per davvero, come forse saprete, anche se si chiama Santo ed è già stato oggetto di un documentario proprio di Volfango De Biasi. La sua avventura, perché di un'avventura si tratta, anzi di una vicenda epica di "cavalieri che fecero l'impresa" è diventata adesso un film di finzione, che conserva la semplicità, la sincerità e il messaggio dell'opera di partenza e nello stesso tempo si impone come qualcosa di nuovo e di potentissimo.

Come il doc vincitore del David di Donatello nel 2017, Crazy for Football trova il coraggio di parlare del disagio mentale, che poi è il grande rimosso delle società di oggi, e lo fa evitando da un lato di scivolare nel dramma, cedendo a pietismi e retorica, e dall'altro scartando un'eccessiva o scontata comicità di situazione. Intendiamoci, l'Armata Brancaleone che diventa nazionale di calcio a 5 si muove all'interno di un film dal tono leggero, ma a scatenare l'ilarità non sono i componenti del prodigioso e peculiare team, ma i commenti spiritosi dell'allenatore Vittorio Zaccardi, che fa da contrappunto alle loro "stranezze". E chi meglio di Max Tortora per interpretare il personaggio.? Proprio nessuno. L'attore, che amiamo particolarmente, è davvero "nel suo", e lui che per anni ci ha divertito imitando un Alberto Sordi malmesso e con la coperta sulle ginocchia, qui gli somiglia moltissimo, tanto per cominciare in una romanità fra il sarcastico, il sornione e l'arguto, e che lascia spazio anche a una meravigliosa autoironia. Zaccardi, inoltre, è a metà fra il matto e il normale, visto che soffre di ludopatia, e le sue fragilità rendono ancora più vero il mister che impersona e che non si separa mai da un carlino che chiama Piercarlino e che meriterebbe il premio simpatia.  Come Saverio, anche Vittorio Zaccardi vive uno scollamento dalla realtà e può quindi diventare il trait d’union fra la società e l'isolamento a cui lo schizofrenico o il bipolare sono costretti. Nessuno dei "folli", infatti, crede di essere Napoleone o si considera un outsider, e anche chi sente delle voci è consapevole, quasi in ogni singolo istante, di essere spesso un emarginato o di rischiare una crisi da cui potrebbe non riprendersi più.

Abbiamo parlato di Tortora/Sordi, e siccome lo spirito, fra il buffo, il picaresco e il malinconico, è quello delle commedie all'Italiana, allora potremmo azzardare un paragone fra Sergio Castellitto e Marcello Mastroianni. Quanta misura nella recitazione di uno dei nostri attori più bravi! Quanta poca enfasi! Quanta concentrazione! Sergio ben duetta con Tortora e anche con Massimo Ghini, e se andiamo indietro con la memoria, non possiamo non pensare allo psichiatra infantile de Il grande cocomero, che poi è uno dei personaggi più a fuoco del cinema di Francesca Archibugi. Quanto ai pazienti di Lulli, affidarli ad attori non famosi è stata un'altra scelta vincente e coerente con il materiale di partenza. Ogni interprete si fonde con il personaggio, e l'impressione è quella di una grande verità e di una profonda umanità.

E veniamo al calcio, che in Crazy for Football funziona come terapia per il reinserimento sociale. Non è un caso che Vittorio e Saverio parlino alla squadra dell'Italia dei mondiali dell'82, con i vari Cabrini, Tardelli, Scirea e Paolo Rossi. A quel tempo, non saremo noi a insegnarvelo, il calcio era più bello, o comunque più puro. I goleador non erano star dai muscoli scolpiti, dagli arditi tagli di capelli e dai più strani tatuaggi, e gli undici che con Bearzot arrivarono alla famosa finale contro la Germania erano uomini prima che miti. Anche i 5 di Zaccardi sono uomini, peccato che la ruota della fortuna non abbia girato dalla loro parte.

Non perde un colpo Crazy for Football, e De Biasi si muove sicuro con la sua macchina da presa, pronto a raccontarci che è possibile che qualcuno non ce la faccia e che, per chi è un paziente psichiatrico, la morte di un genitore può essere una tragedia di immani proporzioni. Il regista ci sensibilizza a prendere coscienza del dolore e della difficoltà di quanti proprio non ce la fanno a oltrepassare una riga disegnata su un campo o a non riempirsi le braccia di tagli. Il film ci invita inoltre a fare squadra, sia fra noi che con chi è vittima di un disturbo mentale, e questo perché, come ha detto lo stesso Volfango, "Dopo la Legge Basaglia, c'è tutta la necessità di costruire una società capace di abbracciare i suoi figli più fragili".



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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