Conan the Barbarian - la nostra recensione

16 agosto 2011
2.5 di 5

Sulla carta, il barbuto tedesco Marcus Nispel era il regista ideale per riportare al cinema il nerboruto barbaro Conan. Perlomeno da un’ottica prettamente industriale...

Conan the Barbarian - la nostra recensione

Conan the Barbarian - la recensione

Sulla carta, il barbuto tedesco Marcus Nispel era il regista ideale per riportare al cinema il nerboruto barbaro Conan. Perlomeno da un’ottica prettamente industriale.
Nispel si è fatto un nome nel mondo del cinema proprio con il primo di quelli che sono stati definiti rebooting, ovvero il Non aprite quella porta interpretato dal fondoschiena di Jessica Biel. E prima di “rivitalizzare” un’altra pietra miliare della storia dell’horror come Venerdì 13, ha intinto i piedi nel fantasy barbarico con la favola vichinga di Pathfinder.
Il risultato di Conan the Barbarian è nel complesso coerente con queste premesse: è il film che ti aspetti riporti al cinema, oggi, dati i tempi culturali e industriali che vigono, il personaggio creato da Robert E. Howard.

Come nel caso di Non aprite quella porta, è del tutto pretestuoso e fuori contesto cercare miopi paralleli con il modello originale (in queso caso il film diretto da John Milius nel 1982 e le pagine scritte di Howard), ché non è certo nella filologia o nell’interpretazione deferente che risiede il senso di un’operazione di questo genere.
Ancora una volta, con Conan the Barbarian Nispel va alla ricerca di un intrattenimento ludico, magari visivamente estetizzante, ma nel complesso onesto e soprattutto coerente con le sue radici commerciali prima che artistiche.
Nelle sue primissime battute, il film ondeggia tra momenti che sembrano usciti da uno dei lavori più riusciti di Uwe Boll, il fantasy In the Name of the King, e altri più rudi, essenziali ed efficaci.
Poi, lentamente, trova la strada della sua maturità, portando avanti con orgoglio una personalità ibrida e multiforme, capace di una muscolarità tra il rozzo e il patinato ma mai greve o ultrapop come quella di Schwarzenegger, di ghigni (autoironici), di ultraviolenza nonchalante e di tenerezze sempre un po’ ruvide.

Perfetta, da questi punti di vista, la scelta di Jason Momoa come protagonista. L’attore hawaiiano racchiude infatti nel fisico possente e nello sguardo ammiccante e sardonico, conscio con disincanto delle sue possibilità seduttive, tutto lo spirito ideale del film e del cinema di Nispel.
Accanto a lui, funzionano con altrettanta identità tra corpo e funzione le grazie mai troppo molli o lagnose della bella Rachel Nichols, la maschera a-la-Dune della perversa Rose McGowan e la monoespressività da cattivo dell’avatariano Stephen Lang.
I loro personaggi si muovono agili nel racconto, complice un setting che applica alle atmosfere e ai simboli le stesse dinamiche attuate sulle psicologie: da un lato riducendo all’essenziale il significato, dall’altro arricchendo di imbellettature il significante. E non è un caso che, per i suoi climax, Nispel ragioni sfacciatamente sulla dimensione del verticale, quella del precipizio, esasperando nell’ovvio una convenzione narrativa tanto più chiara quanto più declinata nel genere commerciale.

Incapace di esaltare tanto quanto di deprimere o annoiare realmente, Conan the Barbarian non è di certo Valhalla Rising (straordinario lavoro del solito Nicolas Winding Refn) né cerca di esserlo. E', in tutta consapevolezza, è il film giusto per chi è in grado di vedervi dentro la declinazione audiovisiva del motto elementare del suo eroe: “Vivo, amo, uccido. E sono soddisfatto.” E di trarne uguale, elementare e primaria soddisfazione.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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