Come to Daddy: la recensione

06 novembre 2020
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Elijah Wood è il protagonista di questo piccolo e bizzarro film, a cavallo tra horror psicologico e thriller pulp, che conferma come l'ex Frodo del Signore degli Anelli sia fortemente interessato ad esplorare i confini e le possibilità del cinema di genere. In streaming su Amazon Prime Video.

Come to Daddy: la recensione

A colpire, prima di tutto, è la casa. Una sorta di cottage su palafitta affacciato su una splendida baia (dovrebbe essere la California, ma in realtà è la Nuova Zelanda), con un salotto tondeggiante e finestrato che sembra "un disco volante degli anni Settanta".
A bussare alla porta di quella casa, instoriata con immagini di caccia alla balena, è un ragazzo di nome Norval, che poi è Elijah Wood, vestito e  acconciato come un perfetto metrosexual vapowave, fuori tempo ma contemporaneo: sembra un visagista, o un parrucchiere, ma, veniamo a sapere nel corso del film, fa il dj e produttore musicale. E, veniamo sempre a sapere poi, è sempre vissuto a Beverly Hills.
Ad aprire è il padre, Brian. Un padre che l'ha abbandonato trent'anni prima, quando di anni Norval ne aveva appena cinque, e che gli ha scritto una lettera chiedendogli di rivederlo, di andarlo a trovare. Quell'uomo, che alcuni di voi riconosceranno come lo Stephen McHattie di Pontypool, caratterista canadese apparso in numerosissimi film, è tutto il contrario del figlio. Laddove Norval appare timido e insicuro, eppure voglioso di stabilire un contatto con quel genitore sbucato dal passato, Brian è brusco, scostante, addirittura sprezzante. Oltre che evidentemente alcolizzato. E molti suoi gesti appaiono misteriosi e inspiegabilmente minacciosi.

I primi trenta minuti di Come to Daddy sono caratterizzati da un'atmosfera tesa, bizzarra, più che lievemente malsana. Il disagio di Norval davanti a quel genitore sconosciuto e così volgare e ambiguo diventa il nostro, aggravato dalla nostra condizione di spettatori, di voyeur, di osservatori impotenti di strane dinamiche: il costoso smartphone in edizione limitata di Norval che cade "accidentalmente" in mare durante un selfie; una pietra che sfiora il ragazzo nel corso di una nuotata; le strane telefonate notturne di Brian.
Poi in maniera decisamente inaspettata, quando ti aspetti che tutto il film sarà una sorta di horror psicologico sul rapporto tra padre e figlio, ecco che Come to Daddy ha un primo, improvviso twist, e le cose cambiano, ma il tono del racconto - complici due nuovi personaggi - si farà ancora più bislacco e surreale. E poi, con un twist ulteriore, ecco il film diventare qualcosa di nuovamente diverso, abbracciando il noir nella versione più pulp ed esplicitamente violenta che ci si possa aspettare, ma senza mai perdere il gusto per la stranezza, l'obliquo, lo spiazzante.

Elijah Wood non è più da molti anni il Frodo del Signore degli Anelli, tanto per rimanere in Nuova Zelanda, e lo ha dimostrato abbondantemente in veste di produttore. Con la sua SpectreVision ha firmato alcuni dei film più insoliti e coraggiosi degli ultimi anni: lo zombie-movie Cooties, A Girl Walks Home Alone at Night di Ana Lily Amirpour, Open Windows di Nacho Vigalndo (che lo vedeva anche protagonista assieme a Sasha Grey), Mandy di Panos Cosmatos e Il colore venuto dallo spazio di Richard Stanley.
E poi ha prodotto anche The Greasy Strangler di Jim Hosking, forse il più estremo e bizzarro tra tutti, commedia horror per stomaci forti che contava come co-sceneggiatore e come produttore anche sul contributo di Toby Harvard e Ant Timpson, che sono - guarda un po' - sceneggiatore e regista di Come to Daddy.

Il tentativo, quindi, è chiaro.
Come to Daddy è uno di quei film - rari, a dire il vero - che si propongono di esplorare i confini del cinema di genere contemporaneo, di tracciare nuove mappe, esplorare territori nuovi oppure, come accade più di ogni altra cosa in questo caso, di ripercorrere strade conosciute con occhi diversi, e raccontandole attraverso un nuovo sguardo e un nuovo punto di vista. Un punto di vista un po' allucinato, vagamente onirico, a tratti leggermente psichedelico ma sempre profondamente ironico.
Di qui a dire che tutto, in Come to Daddy, fila alla perfezione, ce ne passa. E però Timpson, alla sua prima regia, riesce a mantenere il filo della coerenza a dispetto delle svolte spericolate e degli scarti più o meno eccentrici della trama, sia nel racconto che nelle sfumature di tono che comporta.
Ogni esplorazione prevede qualche inciampo, e quelli di Come to Daddy vengono tranquillamente perdonati in nome della sua voglia di spiazzare provocare lo spettatore senza però mai dimenticare che il fine ultimo di tutto non è lo shock ma l'intrattenimento.

Come to Daddy
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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