Close: la recensione del film belga di Lukas Dhont in concorso al Festival di Cannes 2022

27 maggio 2022
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Il giovane autore belga Lukas Dhont torna a raccontare giovanissimi che si affacciano all'adolescenza in Close, storia di amicizia tenera e dolorosa. La recensione di Mauro Donzelli.

Close: la recensione del film belga di Lukas Dhont in concorso al Festival di Cannes 2022

Il mondo degli adolescenti, giovanissimi e in formazione, continua a essere il territorio di elezione del talento altrettanto giovane del regista belga Lukas Dhont. Trentenne fiammingo di Gand, ha vinto la Caméra d’Or a Cannes con la sua opera prima, Girl, racconto di una quindicenne in transizione e nata uomo alle prese con il durissimo allenamento marziale per diventare una ballerina étoile. Un ritratto sorprendente che usciva dai canoni tradizionali del racconto dei teenager che ora è seguito da una storia più tradizionale, Close, capace di confermare la sua rara abilità nel raccontare i ragazzi. 

Léo e Rémi hanno 13 anni e sono amici da sempre. Sempre insieme, nella casa di uno dei due, a cena con i genitori, quelli naturali o quelli ormai acquisiti, dormono da uno o dall’altro. Vivono nella provincia belga, passano le giornate nella natura e giocando sui prati, inseguendosi, sporcandosi le ginocchia, lontani dagli schermi così diffusi nella società contemporanea. Hanno grande spontaneità, fanno la lotta, si abbracciano; con naturalezza. Fino a che un giorno un avvenimento inatteso li separa, portando Léo, per capirne le cause, ad avvicinarsi alla madre di Rémi, Sophie, interpretata dalla sempre eccellente Émilie Dequenne, gloria nazionale belga, premio per la migliore attrice a Cannes con il suo primo ruolo, Rosetta dei fratelli Dardenne.

In un fluido racconto per immagini pieno di tenerezza, piano e quotidiano come riescono a essere i lungi pomeriggi fra amici che hanno la confidenza reciproca di due fratelli, senza averne i naturali battibecchi, Close prosegue con un piacevole bilinguismo, dal fiammingo al francese, mettendo poi i due amici simbiotici di fronte all’arrivo in una nuova classe a scuola, insieme. Il loro rapporto esclusivo inizia a essere messo sotto osservazione da occhi esterni rispetto ai loro e a quelli delle rispettive famiglie. Iniziano a diversificare i comportamenti fra la vita a casa e quella a scuola. Iniziano a diversificarsi con il gruppo, con gli altri, e il meccanismo perfetto, liscio e senza imperfezioni della loro simbiosi inizia a scricchiolare. Una normale tappa del percorso di consapevolezza di sé e degli altri, tensioni al centro della formazione di giovani adolescenti vicini da sempre, come suggerisce il titolo, Close

Léo si avvicina all’hockey su ghiaccio, sport di contatto che gli permette di confrontarsi con il dolore e misurare il proprio corpo con quello dei suoi coetanei, mentre il senso di libertà assoluta della vita nella natura di Léo e Rémi comincia a fare i conti con un anno scolastico pieno di novità che mettono alla prova il loro legame. Fra dolore fisico ed esistenziale, Lukas Dhont costruisce con infinita tenerezza un rapporto che non di dimentica facilmente fra due ragazzi pronti a fiorire come i fiori che coltiva la famiglia di Léo, ma anche alle prese con le paure tipiche della loro età. Con la stagione estiva, e poi quella scolastica, che scandiscono un calendario che impone scelte e trasformazioni.

Con un occhio ai (soliti) 400 colpi di Truffaut e una sensibilità ammirevole, il regista belga ci racconta la storia di una cesura fra un prima e un dopo nella vita di queste famiglie, raccontando con infinita delicatezza le tappe del distacco, con metafore magari non troppo originali ma sempre in equilibrio e con grande commozionePersonaggi sempre credibili, poche parole e una sintesi visiva convincente. Impressionanti sono le interpretazioni dei due esordienti, soprattutto di Eden Dambrine (Léo), ma anche dei genitori, su tutti le due madri, Émilie Dequenne e Lea Drucker.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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