Climax: la recensione del nuovo film "scandalo" di Gaspar Noé

12 giugno 2019
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Esagerato, allucinato e gratuito, il regista diventa un po' la parodia di sé stesso.

Climax: la recensione del nuovo film "scandalo" di Gaspar Noé

Se Jean-Luc Godard fosse nato una quarantina d’anni più tardi, e se si fosse appassionato alla musica elettronica, avrebbe girato Climax? A Gaspar Noé, è evidente, piace proprio pensare di sì. Purtroppo per lui, e anche un po’ per noi, la risposta invece è no.
Avoglia a riempire il suo nuovo film di furberie intellettuali, di citazioni più o meno esplicite di pensatori e registi (basti vedere i libri e le vhs impilati ai lati della televisione dentro la quale scorrono le presentazioni dei ballerini protagonisti della storia), di titoli di coda che scattano a inizio film e di cartelli di testo a effetto piazzati qua e là nel racconto: Noé è parodico, e la parodia è quella di sé stesso, e del suo cinema. Della sua ingenuità intellettuale.

Che poi, è un peccato.  
Lo spunto di Climax, ispirato a fatti realmente accaduti che - qui sì, giustamente - Noé ha caricato di estremo e di grottesco, era interessante. Un "Dieci piccoli indiani" psichedelico e danzereccio, una Agatha Christie drogata a un rave: una compagnia di ballo che si rilassa - ballando, ovviamente - al termine di un lungo e teso periodo di prove, in una scuola isolata e abbandonata, una sangria corretta con l’LSD, e l’inizio di un gioco al massacro che non salverà nessuno, o quasi. Di certo, non lo spettatore.
E invece no, invece di fare - anche a modo suo, certo - il thriller, o magari l’horror, Noé fa Gaspar Noé, sempre e comunque.
C’è della coerenza, per carità; ma la coerenza è l'ultimo rifugio delle persone prive d'immaginazione, diceva Oscar Wilde.

Ossessivo e ripetitivo come i beat della musica che non smette un secondo di suonare, quella di divinità riconosciute del settore come, Patrick Hernandez, Cerrone, M/A/R/R/S, Thomas Bangalter, Daft Punk e Aphex Twin, Climax ne ha in parte anche la stessa perversa scorrevolezza, che poi è quella della macchina da presa che si muove negli abituali, lunghissimi piani sequenza, e che è corpo e sguardo aggiuntivo a quello dei protagonisti.
Ce l’ha, a modo suo, in una prima parte, in quella che precede il momento in cui l’acido sale e le ossessioni esplodono, in cui il viaggio - per il quale non si era mai chiesto il biglietto - inizia per i protagonisti a farsi bad trip.

A quel punto Noé - che pure una cosa giusta, per un po’, la fa: non cercare di ricreare con la mdp il trip, ma lasciarlo raccontare dalle azioni dei suoi protagonisti - inizia a concentrarsi sulle sue ossessioni, sulla sua voglia di scandalo da ipermercato (i calci in pancia alla ragazza che si dice incinta; un bambino chiuso nello sgabuzzino dell’armadio elettrico), sul suo filosofeggiare da quattro soldi (coi cartelli che recitano frasi come “la vita è insostenibile” o “morire è un’esperienza straordinaria”).
Dimostrando non solo l’abituale cattivo gusto, che magari andava pure bene da solo, ma l’incapacità di comprendere che se volevi raccontare l’estasi dionisiaca e autodistruttiva dei nostri tempi, non c’è bisogno di quei cartelli, della bandiera francese, delle frasi su Dio o i crocefissi.

Che poi, il massimo grado dell’invenzione di Noé - prima di non resistere alla tentazione di svelare, un pelo inutilmente, il colpevole del giallo - è girare per una decina di minuti con la macchina da presa a testa in giù, più o meno senza motivo. Basterebbe fargli vedere - o anche solo raccontargli perché e come ha fatto lo stesso l’argentino Mariano Llinás sui titoli di coda del capolavoro La Flor per farlo andare a vergognare in un angolo per qualche tempo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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