Citizen K: recensione del documentario di Alex Gibney sulla Russia putiniana visto a Venezia 2019

31 agosto 2019
2.5 di 5
6

Attraverso le parole di Mikhail Khodorkovsk, oligarca alleato e poi nemico acerrimo di Putin.

Citizen K: recensione del documentario di Alex Gibney sulla Russia putiniana visto a Venezia 2019

Alex Gibney è uno dei maggiori protagonisti del documentario d’indagine contemporaneo. I suoi film sono immersioni in tematiche controverse, che dimostrano una grande capacità nel rendere cinematografica un’inchiesta talvolta fatta di numeri e tempo, mettendo in primo piano gli uomini, oltre che i protagonisti della cronaca o della storia. Spesso sono discussi, questi antieroi, come il fondatore di Enron Kenneth Lay o il ciclista Lance Armstrong, o sono collettivi discutibili come Wikileaks e Scientology. Questa volta il 65enne, vincitore dell’oscar nel 2007 per Taxi to the Dark Side, ha scelto di raccontare, in Citizen K, la storia degli oligarchi che hanno approfittato delle privatizzazioni, e della confusione successiva al crollo dell’URSS, per arricchirsi. In particolare si sofferma sul più noto, oltre che carismatico, Mikhail Khodorkovsky, che ha passato una decina d’anni nella patrie galere con un'accusa disutibile, prima di continuare la sua battaglia per dimostrare la sua innocenza da Londra, ormai capitale dei russi danarosi in esilio.

Un uomo di potere, per un periodo forse il più potente di tutti, capace di arricchirsi in maniera incredibile e di avere grande influenza anche sulle sorti politiche dell’immenso paese nel vuoti di potere post eltsiniano. Una figura ambigua, diventato ormai un inverosimile dissidente che cerca di sostenere la sterile opposizione a Putin.

Un personaggio che sembra appartenere più al passato della Russia che al presente delle dinamiche di potere putiniano, lo dimostra anche il fatto che sia lontano dalla prigione in cui Putin ama rinchiudere chi si azzarda a rivoltarglisi contro. Ascoltare l’intervista a Khodorkovsky, che costituisce l’ossatura del documentario, regala una sensazione di deja vù, una rievocazione di sparizioni e morti misteriose che, nella ipercinetica politica russa, sembrano già lontane. Se voleva raccontare la Russia di oggi, la risalita di Putin nel contesto internazionale e la popolarità in patria, al di là dei reportage spesso poco obiettivi della stampa occidentale, Gibney ha probabilmente sbagliato soggetto.

Non ci troviamo, insomma, davanti alla migliore o più illuminante delle opere del documentarista, che mantiene comunque il suo talento per una narrazione appassionante che non perde mai ritmo. Il rapporto fra potere economico e governo, tra l’altro, è uno dei nodi vitali più delicati per un futuro sano delle nostre democrazie, e avrebbe meritato lo spazio di un approfondimento più ampio, che non si limitasse alle sole, ben note, sparizioni in serie dei potenti oligarchi russi. Le Olimpiadi di Sochi, i mondiali di calcio, il rapporto con l’Ucraina, anche per la loro portata di avvertimento lanciato ai paesi ex alleati e ormai vicini all’occidente. Erano tanti gli aspetti ambigui più recenti che Gibney lascia perdere, dando spazio senza contraltare alla figura umana di Khodorkovsky, che rimane sempre distante e ambigua.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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