Child of God - la recensione del film di James Franco

31 agosto 2013
3 di 5

Rispetto al precendente As I Lay Dying, Child of God è sicuramente un passo indietro, nel cammino registico di James Franco.

Child of God - la recensione del film di James Franco

Rispetto al precendente As I Lay Dying, Child of God è sicuramente un passo indietro, nel cammino registico di James Franco. Lo è per una lunga serie di ragioni, non ultima l’essersi appoggiato ad un romanzo di Cormac McCarthy che, paradossalmente, richiedeva un minore sforzo di traduzione rispetto a quello di William Faulkner, e che era molto meno archetipico.
Ma, detto questo, il passo all’indietro di Franco lo mantiene comunque coerentemente all’interno di un un’idea di cinema e di un’estetica che il poliedrico americano sta esplorando con coraggio e capacità.

In fondo, di As I Lay Dying, Child of God è il proseguimento ideale.
Il Lester Ballard di questo film è la versione oramai totalmente degenerata del Darl Bundren di quello. È un uomo rimasto solo con le sue ossessioni tutte legate al sangue, alla terra, agli istinti. Un uomo rimasto solo con la sua follia, alimentata da una società che è incapace di comprenderlo, nel senso più ampio del termine.
Se Franco sembra essere poco omogeneo e po’ indeciso sul piano stilistico, lo è per difetto, certo, ma anche perché, progressivamente, spoglia sempre di più il suo film da ogni artificio per aggrapparsi sempre di più al senso di fatica e di rabbia di un personaggio a sua volta progressivamente sempre più ferino e ferito, sempre più in preda all’istinto e a un bisogno d’amore evidente nella sua perversione.

Continua a parlare di fardelli, James Franco. Della sofferenza fisica e mentale insita nel trasportarli: una sofferenza che non esita a ritrarre in tutti i suoi aspetti più deteriori e degradanti, e che impone anche ai suoi spettatori.
Qui gli manca la misura, nel racconto, nei toni, nella durata. Nella capacità di smorzare e controllare l’interpretazione difficile, animale e rantolante che ha richiesto al suo protagonista Scott Haze.
Ma nonostante tutte le imperfezioni, la disomogeneità, gli eccessi, perfino i compiacimenti, quelli di Child of God e James Franco rimangono un racconto e uno sguardo dotati di una purezza ancestrale, di una voglia di osare e abbandonarsi, e di una capacità di toccare corde emotive e intime che comunque non lasciano indifferenti. Come la voglia di raccontare temi sempre attuali come il rapporto tra la società e la devianza e lo scontro tra la cultura e le aberrazioni della natura.

Rispetto a As I Lay Dying, Child of God non ha alcun afflato trascendente e filosofico, è tutto carnale e umano, ben piantato coi piedi per terra. Ed è ancor più cupo nel racconto della ricerca disperata e ferita di un futuro che non promette nulla di buono ma che, in ogni caso, sembra essere pur remotamente possibile.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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