Che vuoi che sia: recensione della commedia scritta, diretta e interpretata da Edoardo Leo

08 novembre 2016
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Il giovane autore romano parla di internet, della società dell'immagine e della crisi, con uno stile personale e niente affatto ruffiano

Che vuoi che sia: recensione della commedia scritta, diretta e interpretata da Edoardo Leo

Internet. L'ossessione per Facebook, Twitter, i selfie. Il clickbaiting, il porno online, il popolo della Rete, la celebrità virale, il porno online. Il porno online, internet e un dilemma esistenziale messo in mano a una coppia che non ha nemmeno i soldi per fare un figlio, e a tutti noi spettatori: 250mila euro in cambio dei propri valori e della propria intimità.
Che vuoi che sia goes Black Mirror? Edoardo Leo è diventato il nostro Charlie Brooker?
Per quanto strano possa sembrare, da un certo punto di vista, sì.

Certo, il film di Leo non ha la carica distopico-eversiva né la ferocia della serie tv inglese: pur sempre di commedia si tratta. Ma è comunque significativo che un "giovane" del nostro cinema popolare abbia deciso di prendere di petto - in maniera non biecamente luddista, magari caciarona e semplicista, ma con una cospicua dose di (auto)critica rispetto ai tempi che viviamo - l'altra faccia della Crisi: quella che tocca persone che, anche quando mancano i soldi e mettere su famiglia appare un miraggio, non si nega nulla di quanto faccia social.

Invece che cavalcare la rete, la celebrity culture e la realtà-reality, come fanno buona parte delle commedie più furbe e commerciali del nostro cinema, Leo sembra volerle addirittura contrastare, prendendola di mira alla stregua di autori ben più prestigiosi che satireggiavano contro il loro mondo qualche decennio fa: Claudio e Anna come nuovissimi mostri, che hanno però la forza (morale, e un po' moralista) di evitare di trasformarsi per sempre. Il loro vero dilemma, infatti, non è quello che riguarda il video intimo e i soldi, ma quello se diventare come tutti gli altri, o rimanere fedeli a loro stessi: il selfie come punto di non ritorno di un viaggio fuori da sé e chi si vuol essere.

Ma sopratutto, i nuovissimi mostri sono tutti gli altri: è la gente, che nel film non ci si nasconde mica a dire "quanto può essere cretina". Sono gli spettatori di Leo, siamo noi, i nostri smartphone, i nostri account sui social: che, citando Umberto Eco proprio come fa Claudio, hanno dato "diritto di parola a legioni di imbecilli."
Sono attacchi non da poco, per un film come Che vuoi che sia, per la media sorniona e rassicurante della nostra produzione mainstream: e stare qui a parlare di piccoli o grandi difetti, di scene meno riuscite o del perché fare essere per forza milanese la romana Anna Foglietta, serve a poco.

Qualcuno che si salva, però, nel film di Leo c'è: ci sono, in parte, Claudio e Anna. Ma ci sono, soprattutto, le generazioni precedenti: i loro genitori, lo zio interpretato da un formidabile Rocco Papaleo.
Se i genitori di Anna, formichine milanesi, cercano di insegnarle che alla crisi si risponde e si è sempre risposto con le piccole e paradossali economie, contando gli strappi della carta igienica e prevedendo gli imprevisti, il padre di Claudio è un romano cialtrone, capace però di raccontare che il re è nudo: che ai tempi suoi i figli si facevano senza tante storie perché "in qualche modo si faceva". Magari senza i corsi di questo e quello o i passeggini ultimo grido.

In qualche modo si farà: avrebbe potuto intitolarsi anche così, il film di Leo, una commedia che non chiede solo di smettere di pensare come tante altre, ma vuole ricordarci che ogni tanto le maniche bisogna rimboccarsele, e non solo per apparire meglio nei selfie. Fatalismo e abnegazione, magari, ma non le piccole e grandi autocommiserazioni nel segno della società dell'immagine.
E non è ideologia conservatrice: è solo buon senso.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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