Che - L'argentino: la nostra recensione del biopic di Steven Soderbergh

09 aprile 2009

Esce nelle nostre sale il primo dei due film (o la prima parte del corpus unitario) che Steven Soderbergh e Benicio del Toro hanno dedicato alla figura di Ernesto Guevara de la Serna, detto “Che”. Un film relativamente lontano dalla politica e molto vicino all’uomo Guevara, in tutta la sua complessità.

Che - L'argentino: la nostra recensione del biopic di Steven Soderbergh

Che - L'argentino: la recensione

Per questa prima parte dell'ambizioso progetto di Che, che sintetizza in due ore la trasformazione di Ernesto Guevara da giovane medico idealista in uno leader carismatici della rivoluzione cubana, Steven Soderbergh si è basato esplicitamente sul “Diario della rivoluzione cubana”, noto anche come “Sulla Sierra con Fidel”. Sottolineatura questa importante perché aiuta da subito a comprendere lo spirito dell’iniziativa del regista americano e il taglio che si è voluto dare al film: come gli scritti di Guevara, infatti, Che – L’Argentino è un film che solo in apparenza lavora cronachisticamente sugli eventi della Rivoluzione Cubana e sulle modalità della guerriglia, ma che invece mira a scandagliare stati d’animo, idee, ideali, psicologie, rifuggendo dalle durezze ideologico-politiche.

Lontano dall’appiattirsi sulla forma forse anche anacronistica di pamphlet politico o ancor di più dall’essere l’ennesimo prodotto-santino che usa e abusa dell’immagine fisica ed ideologica di Guevara, quello di Soderbergh è un film che si aggrappa tanto ai gesti quanto ai silenzi di un protagonista carismatico e sfaccettato, capace di situarsi allo stesso tempo tangenzialmente eppure al centro della narrazione. Grazie ad una performance magistrale – trattenuta, ma carica di passione e sofferenza – di Benicio del Toro (che purtroppo verrà drasticamente limitata nella sua potente efficacia dal doppiaggio italiano), Ernesto Guevara si rivela in tutto il suo carisma, ma anche tutto il suo mistero, la sua complessità. In una parola la sua totale e profonda umanità.

Adeguandosi e fondendosi con la personalità del suo protagoinista, l'andamento del film è sinuoso e riflessivo anche nelle sue fasi più concitate (come il finale assedio di Santa Clara), ma è con le digressioni meditative tra le foreste della Sierra o con gli intermezzi di quotidianità newyorchesi legate al discorso tenuto dal Che all’ONU nel 1965, che il film da il meglio di sé: Soderbergh non è e non sarà mai un Malick (che pure in qualche modo legato al progetto, dato che ha concesso al collega un suo abbozzo di sceneggiatura sulle vicende del Che in Bolivia), ma tenta e spesso riesce ad adottare uno stile riflessivo e ai limiti dell’ipnotico dove la personalità ed i pensieri di Guevara paiono interagire dinamicamente con l’ambiente circostante.

Il ritratto che esce dal film è quello di un uomo fiero e timido, coraggioso e umile, determinato ma mai monolitico e dogmatico. E soprattutto presentissimo a sé e agli altri ma allo stesso tempo costantemente teso - quasi distratto - verso un orizzonte altro, ampio, interiore e ideale anche nel bel mezzo della concretissima guerriglia cubana. Ed è questa condizione misteriosa, magnetica e metafisica che Soderbergh e del Toro riescono a trasmettere con efficacia allo spettatore.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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