Che Dio ci perdoni: la recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

22 febbraio 2021
3.5 di 5

Due poliziotti di Madrid lottano contro il tempo e contro il caldo di un'estate da record per catturare un serial killer che stupra e uccide donne anziane. Un thriller da non perdere, in streaming su Amazon Prime Video.

Che Dio ci perdoni: la recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

È il luglio del 2011. Madrid è un forno. La crisi economica si fa sentire, le proteste di piazza pure, e sta anche arrivare Papa Benedetto XVI in visita pastorale. Quello che sembra a prima vista il caso di un’anziana uccisa accidentalmente dopo una rapina si rivela opera di un assassino seriale che prende di mira donne avanti con gli anni, le stupra e le uccide. A indagare sul caso ci sono due ispettori di polizia che lavorano in coppia: Velarde (Roberto Álamo), brusco, spiccio e manesco, tanto che ha in piedi un’investigazione degli affari interni per aver picchiato un collega, e Alfaro ( Antonio de la Torre), balbuziente e quasi autistico, soprannominato “il mostro” per via del suo carattere particolare.

Il mondo raccontato da Rodrigo Sorogoyen, regista e anche sceneggiatore, assieme a Isabel Peña, è brutto, sporco e cattivo: e Che Dio ci perdoni, oltre che un titolo, pare davvero un’invocazione che pare arrivare dallo stesso regista, di fronte ai fatti e ai personaggi che ha scelto di raccontare.
Che Dio ci perdoni, infatti, non è solo un thriller di grandissima efficacia, la storia “all’americana” (ma senza americanate) della caccia a un serial killer perverso, ma anche un grande affresco quasi alla Goya capace di ritrarre tutte le disgrazie e i lati oscuri della nostra società.
L’aria che descrive è irrespirabile, oppressiva, e non solo per l’afa. I crimini che racconta sono orribili. I personaggi, senza speranza.
Velarde e Alfaro due lati della stessa medaglia umana, contraddistinta dalla solitudine, e dal fallimento. Dall’incapacità di comunicare davvero, anche tra loro, di lasciare spazio al sentimento e all’empatia. In prima linea contro il marcio del mondo, non possono uscirne puliti. Né dentro, né fuori.

Sorogoyen è preciso. Di una precisione tattica, tanto nelle immagini quanto nella scrittura.
Un paio di battute, un paio di scene, un paio di ellissi, e Che Dio ci perdoni ti cattura come la carta moschicida, e ti tiene attaccato, e ti fa appassionare non solo alla vicenda gialla, ma ai destini di quei due sfortunati protagonisti. Alle loro sofferenze e ai loro dilemmi: Velarde con la famiglia che ha, Alfaro con quella che non ha. E per entrambi, qualche concessione di troppo ai loro istinti, agli impulsi e - perché no - ai piaceri, rischia di essere fatale.
Nulla è scontato, in Che Dio ci perdoni.
Il caldo lo senti sulla pelle, l’afa e l’ansia ti tolgono il respiro, e in mezzo a quella Madrid e quell’indagine sei disorientato quanto i due protagonisti. E quando Sorogoyen tira le fila del suo discorso, l’unica cosa davvero chiara, e davvero importante, ben più di un'indagine, è che in questo mondo davvero non si salva nessuno.
Che Dio ci perdoni.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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