Challengers: la recensione del film di Luca Guadagnino

15 aprile 2024
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Zendaya, Josh O'Connor e Mike Faist sono i tre vertici del triangolo sentimentale e sessuale raccontato dal regista attraverso il tennis (ripreso malino, ma colto nella sua essenza di lotta psicologica). La recensione di Challengers di Federico Gironi.

Challengers: la recensione del film di Luca Guadagnino

Probabilmente a molti appassionati di tennis (appassionati pre-Sinner, magari) verrà un poco male al cuore, o agli occhi nel vedere come Luca Guadagnino ha girato alcune le scene di gioco giocato, privilegiando l'estetica del cinema (la sua estetica del cinema), a quella dello sport: ma gli stessi potranno rifarsi di fronte al modo in cui il regista abbia catturato l'essenza più profonda della disciplina, ovvero il suo essere una schermaglia psicologica prima che fisica. Come, l'amore, come il sesso.
Guarda caso, in Challengers fa dire al personaggio interpretato da Zendaya che è un incontro di tennis, al suo meglio, è come una relazione: è quindi sul campo da gioco che Guadagnino declina una battaglia che è sportiva in superficie, sessuale e quasi esistenziale sotto.

Un campo di gioco, quello di Guadagnino, che non è solo il court tennistico, ma anche lo schermo del cinema, e che il regista pare - perdonate il gioco di parole - aver voluto rendere molto camp.
Tra bromance, chiappe maschili in bella vista, il parlare diffuso e sventolato del cazzo come organo e come simbolo, sudorazioni abbondanti, abbracci ambiguamente fraterni e scambi di bordate tennistiche e non, banane e churros mangiati con ambiguità esibita e innocente assieme, mani sulle cosce e sedie avvicinate di continuo, come a stringersi in qualcosa che non potrà poi non tradursi in un abbraccio finale, la relazione tra il Patrick di Josh O'Connor e l’Art di Mike Faist è chiaramente - e un po' grottescamente - omoerotica fin dai primissimi minuti. Ben prima che si manifesti un po' goffamente in quel bacio tra i due, casuale solo a metà, che il trailer del film, con furbizia, omette.
Guadagnino sembra divertirsi un mondo a raccontare questi due personaggi, e a raccontarli in quel modo, anche nella loro testosteronica reazione al bacio omosessuale, che si traduce nell'ansia, tutta maschile e un po' macha, di conquista per lo stesso trofeo: la Tashi di Zendaya.

Un triangolo, quindi. Alla base, Patrick e Art, due modelli maschili stereotipati ma funzionanti e funzionali: il caldo e il freddo, lo sbruffone sicuro di sé che però non combina niente nella vita, e il bravo giocatore che arriva ai vertici del suo sport ma senza gioia, sempre insicuro, senza palle, castrato da una donna - Tashi, il vertice, in tutti sensi - che gli è moglie, allenatrice, manager. E forse, suo malgrado, pure madre.
Attraverso salti avanti e indietro nel tempo un po' arditi (specie all'inizio, giacché si rimane un po' stupiti per il fatto che un giocatore tra i primi al mondo come Art stia giocando un challenger, un torneo minorissimo), Guadagnino propone la stratigrafia della loro storia e dei loro rapporti: l'amicizia decennale tra i due, l'incontro con lei, che prima sceglie uno e poi l'altro, i non detti, i segreti, i dubbi e le paure. Soprattutto, le traiettorie del desiderio (più enunciato che percepito), passanti o incrociate. Che poi sono anche le traiettorie del dominio, del potere.

L'unica che non ha mai paura, è che il dominio ce l'ha in tasca fin dall'inizio, è lei, Tashi. La donna.
Se Patrick e Art sono, ognuno a suo modo, due figure maschili che non brillano per intelligenza, maturità e autonomia, che a tratti sono irritanti nell'esposizione frontale dei rispettivi difetti, ma che comunque non finiscono mai con l'essere davvero antipatici (semmai un po' patetici), Guadagnino non ha affatto paura a fare il ritratto di una donna determinata, certo, che bello e che brava, ma tanto determinata da diventare calcolatrice, opportunista, spregiudicata, sprezzante. Ecco: di certo non simpatica, no.
Non so se valga la giustificazione che tira fuori in un certo momento, quella per cui non ha tempo e voglia di occuparsi di due bambini bianchi capricciosi. Una battuta forse al limite del gratuito, per come e quando arriva. Viene il dubbio che solo a un regista dichiaratamente omosessuale come Luca Guadagnino sarebbe stato concesso oggi di girare un film così spietato con, e come, la sua protagonista femminile. E soprattutto di farlo in maniera così goduriosa.

E però, se Challengers funziona, nel suo essere un divertissement ultra-camp e ultra-patinato nel quale si alternano brad sportivi e del lusso, ricco di immagini stilizzate, esagerazioni stilistiche e ammiccamenti omoerotici, il tutto condito dalle musiche elettroniche martellanti e trascinanti di Trent Reznor e Atticus Ross, oltre che per questo suo volersi prendere un po' poco sul serio, funziona perché ha vivaddio il coraggio di raccontare tre personaggi che, con diverse sfumature, di positivo, e di vincente, non hanno niente. In fin dei conti di tre sconfitti, ognuno in modo diverso, e pieni di rancori, nascosti sotto strati di controllo e amore represso.
E i tre attori, con Zendaya che produce anche, sembrano tutti ben contenti e coscienti di questa scelta del loro regista.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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