Cha Cha Cha - la recensione del film di Marco Risi con Luca Argentero

19 giugno 2013
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Marco Risi torna al cinema con un efficace noir politico in salsa chandleriana

Cha Cha Cha - la recensione del film di Marco Risi con Luca Argentero

Ci sono film anomali per il cinema italiano, magari non perfetti ma inconsueti, che arrivano come una boccata d'aria fresca a rinvigorire l'asfittica atmosfera che siamo ormai abituati a respirare. A questa categoria appartiene sicuramente Cha cha cha di Marco Risi, che si fa apprezzare per il recupero creativo dei codici di un genere poco frequentato dai nostri registi come l'hard-boiled, coniugato al cinema d'impianto civile che tanti bei film ci ha dato negli anni Settanta.

E' indubbio che si tratti anche dell'opera di un cinefilo, come si vede in varie occasioni in modo più o meno esplicito: Risi si concede perfino il lusso di rifare, a ruoli invertiti, la celebre sequenza de Il braccio violento della legge, in cui Fernando Rey beffa Gene Hackman sulla banchina della metropolitana. Per fortuna, però, il regista non ha niente da dimostrare e dunque riesce abilmente ad evitare la trappola del citazionismo fine a se stesso e dell'omaggio pedissequo ai maestri di riferimento, riuscendo a inserire anche quest'opera bizzarra, con rara coerenza, nella propria filmografia.

Se nella confezione di un film come questo i riferimenti a titoli come Il lungo addio di Robert Altman, Il maratoneta, Chinatown e i classici di Jean-Pierre Melville, fanno la loro bella figura, la cosa più importante è il contenuto, quello che si nasconde dietro stilemi tanto codificati da diventare veri e propri stereotipi. Gli indispensabili ingredienti del noir classico non sono dunque i cascami di un'operazione nostalgia fuori tempo massimo, ma codici di un linguaggio efficace ai fini della storia che si sceglie da raccontare: ecco che la bionda bellissima e misteriosa, l'eroe incorruttibile dal passato tormentato, l'uomo di potere che piega tutti al suo volere e il regno della città notturna coi suoi misteriosi abitatori, diventano - nel contesto della storia narrata da Risi - gli elementi poco mitologici e molto plausibili di un paese alla deriva, di cui i predatori si spartiscono le spoglie con la complicità del nostro silenzio.

Il personaggio di Corso, il classico duro e puro, l'uomo senza niente ma che non è in vendita, diventa quindi simbolo delle poche figure che ancora oggi fanno, spesso da sole, argine contro il malaffare dominante: giudici, magistrati, poliziotti e (raramente) politici che si tolgono dal coro e perseguono finalità di giustizia e verità considerate dagli altri senza alcun valore. L'ingranaggio della corruzione, in apparenza perfettamente oliato, viene messo in crisi da una rotella in apparenza insignificante che ne blocca il funzionamento. E in una società di spie e spiati, controllori e controllati, in cui non si capisce più chi guarda chi, è giocoforza servirsi degli strumenti del nemico per ribaltare la situazione.

Il film di dipana, tra belle scene d'azione e la convincente prova di protagonisti e comprimari, fino al finale bellissimo e solo in apparenza pacificatorio, dove un Nino Frassica, in veste di "bravo presentatore", inneggia alla gente che balla il cha cha cha, “perché questa è l'Italia che ci piace”. Nel sorriso di Corso – l'unico in tutto il film - si leggono al tempo stesso soddisfazione e amarezza: forse è possibile cambiare le cose, ma sarebbe meglio smetterla di affidare il nostro destino al provvidenziale intervento di eroi per caso, mentre noi continuiamo a ballare sull'orlo del baratro.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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