Cesare deve morire - la recensione del film dei fratelli Taviani

22 febbraio 2012
2.5 di 5

A sei anni da La masseria delle allodole, Paolo e Vittorio Traviani hanno trovato nelle rappresentazioni teatrali dei detenuti del carcere romano di Rebibbia l’energia e lo stimolo per tornare dietro la macchina da presa e realizzare un nuovo film.



A sei anni da La masseria delle allodole, Paolo e Vittorio Taviani hanno trovato nelle rappresentazioni teatrali dei detenuti del carcere romano di Rebibbia l’energia e lo stimolo per tornare dietro la macchina da presa e realizzare un nuovo film.
Da loro scritto e diretto e realizzato all’interno della struttura carceraria romana e con lo stesso gruppo di attori-carcerati.

Solo in apparenza docufiction, ma in realtà quasi interamente rappresentazione, Cesare deve morire racconta la messa in scena del "Giulio Cesare" di Shakespeare, lasciando che siano pochissime le sovrapposizioni tra la preparazione della recita e la recita stessa, per esplicita volontà di amplificare al massimo l’adesione intima e dolorosa dei detenuti ai loro personaggi e ai sentimenti che veicolano.
Il film dei Taviani riesce indubbiamente a trasmettere la forza e la passione sorprendenti delle interpretazioni, ed è in grado di trovare dei momenti di limpida messa in scena dotati di un fascino che prende le mosse dal contesto ma lo trascende.
Purtroppo, però, è anche zavorrato da un’idea di cinema obsoleta e fuori tempo.

L’intensità in bianco e nero del "Giulio Cesare" recitato tra le mura del carcere si affloscia, infatti, quando i Taviani – che, sospesi tra sé stessi e Bertold Brecht non hanno voluto né saputo rinunciare alla sceneggiatura, o abbracciare momenti di pura documentazione - fanno sentire pesante e invadente la loro mano esterna. Quando cercano di spezzare la scena con un retroscena comunque artificiale e, quindi, artificioso.
L’illusione di realtà cercata dai registi non decolla allora mai, e spezza la sospensione dell’incredulità raggiunta nella messa in scena shakespeariana. Peggio: avvolge l’operazione con una sorta di paternalismo accondiscendente che lima le asperità, le personalità, le possibilità.

Perché mostrare “per finta” due detenuti che litigano “davvero”, un altro incapace di prender parte alle prove perché provato da un colloquio, uno che immagina l’arrivo in teatro delle donne o un altro ancora che afferma, recitando, che “da quando ha conosciuto l’arte la cella è divenuta una vera prigione”, è francamente fastidioso e moralmente obiettabile, poiché diventa un’ulteriore gabbia artistica che incarcera i protagonisti.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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