Cena con delitto - Knives Out: la recensione del whodunit di Rian Johnson

30 novembre 2019
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Un delizioso aggiornamento di un genere a cui il regista toglie la naftalina per comporre un ritratto satirico dell'America contemporanea, con un cast al top.

Cena con delitto - Knives Out: la recensione del whodunit di Rian Johnson

C'era una volta il whodunit, quel genere - letterario prima, e cinematografico poi – in cui un delitto viene compiuto proprio in mezzo a una variegata compagnia di gente, osservata e interrogata da un eccentrico e geniale detective privato, che mette insieme i pezzi dell'intricato puzzle fino a risolvere il mistero. C'erano una volta quei film ambientati in un secolo passato, tra colonnelli e nobildonne, avventurieri e cameriere a bordo di un treno o in crociera sul Nilo, nati dalle pagine di Agatha Christie, gli stessi che Kenneth Branagh ripropone pari pari nei suoi remake. Ad un regista innovatore e fantasioso come Rian Johnson non interessa che i suoi protagonisti siano figure del passato, ma prende un genere che conosce benissimo e che ama, rispettandone tutti gli stilemi e inserendo tutti gli elementi e le citazioni giuste (e in questo si potrebbe dire che non inventa niente), ambientando la storia nell'America di oggi, in una chiara ma sottile e mai smaccata satira del mondo in cui viviamo.

Ne esce a parer nostro un'operazione di gran pregio e divertimento, molto simile a quella che Jordan Peele ha fatto con un altro genere, l'horror, in Scappa – Get Out. Inutile girarci intorno: Cena con delitto – Knives Out è un'autentica delizia, sia per chi ama e conosce i classici gialli deduttivi e li ritrova citati con grande affetto nel film, sia per chi apprezza il commento sociale attuato con grande eleganza attraverso la decostruzione del genere (e qui viene in mente anche Scream di Wes Craven) effettuata dall'autore (di cui, Star Wars – Gli ultimi Jedi a parte, vi consigliamo caldamente di recuperare Brick, The Brothers Bloom e Looper). Vedendo il film si capisce quanto si siano divertiti gli attori nel farlo. Anche se è un luogo comune parlare del set come di una grande famiglia, dove tutti sono amici, in questo caso traspare sullo schermo l'entusiasmo dei protagonisti nell'interpretare personaggi ben caratterizzati e attuali in una sceneggiatura a orologeria, dove l'unica libertà di improvvisazione concessa stava nell'uso delle parolacce durante la spassosa scena della lettura del testamento.

Agli interpreti uscire dalla loro comfort zone dà il lusso di giocare con altre corde, normalmente non utilizzate. Difficile in tal senso fare una classifica dei più bravi, perché ognuno di loro, per quanto limitato possa essere il loro ruolo in un film perfettamente corale, dà veramente il meglio di sé. Se c'è un protagonista, nel film, non è nemmeno il Benoit Blanc dallo strascicato accento del Sud interpretato da un carismatico Daniel Craig, ma il conflitto di classe e razziale che alla fine, come vedremo, ha una risoluzione beffarda. Ana de Armas, l'infermiera del patriarca di cui nessuno sa il paese di provenienza (in fondo gli immigrati non sono tutti uguali? A distinguerli è il loro non essere Americani, o italiani) che ritroveremo al fianco di Craig in No Time to Die, buca letteralmente lo schermo. Jamie Lee Curtis, Chris Evans e Don Johnson sono una fantastica famiglia disfunzionale all'interno del nucleo famigliare più grande, Michael Shannon e Toni Collette colgono alla perfezione le idiosincrasie e le debolezze dei loro personaggi. Christopher Plummer sprizza intelligenza, carisma e allegria nel ruolo dello scrittore eccentrico la cui palazzina gotica piena di oggetti bizzarri, con tanto di “Trono di coltelli” costruito sul modello di quello di Spade (l'unico a sedercisi sarà, giustamente, Blanc) sembra, come nota un poliziotto, “un tabellone del Cluedo”.

Ci si diverte molto, vedendo Cena con delitto, per le continue battute e riferimenti, verbali e non, per gli oggetti simbolici presenti - come il minaccioso bastone da passeggio di Michael Shannon che ricorda quello di Hercule Poirot e di altri personaggi “gialli”- , per la detection applicata alle piccole e piccolissime tracce con uno sguardo alla Sherlock Holmes e per il fato che decide diversamente da un piano diabolicamente concepito e in apparenza a prova di errore. Non manca la testimone ignorata da tutti e muta fino al momento in cui decide di rivelare quello che sa, l'unica che si diverte in questa baraonda di personaggi avidi e meschini, che campano alle spalle del nonno e del padre senza mai aver nemmeno provato a costruirsi una vita propria e a lavorare davvero. Poi, sulla carta, le divisioni di sono: tra chi inneggia al trumpismo e chi invece difende, a parole, gli immigrati, ma alla fine le differenze si pareggiano nell' egoismo e nell'idiozia di chi si sente depositario di un diritto acquisito, convinto di essere al centro del mondo e dunque incapace di mettere in discussione una convinzione che deriva unicamente dal possesso del denaro.

A differenza di molti whodunit, che si svolgono all'interno di un unico ambiente, Johnson trova anche il modo di far uscire i suoi personaggi all'esterno, coinvolgendoli in un demenziale car chase. Alcune battute possono risultare meno divertenti per il pubblico italiano (la citazione dal musical Hamilton, ad esempio), mentre altre sembrano intraducibili: a questo proposito non vorremmo mai trovarci nei panni del traduttore dei dialoghi, costretto a risolvere grane al cui confronto l'Hold the Door del Trono di Spade appare un problema di facile risoluzione. Ma il divertimento scaturisce da più fattori: la performance di un cast in stato di grazia, il piacere del riconoscimento e quello della scoperta che un film come questo si può vedere con gioia anche dopo aver saputo l'identità dell'assassino perché – a differenza dei classici in cui l'ordine alla fine viene ristabilito – il caos regna sovrano e promette futuri e interessanti sviluppi.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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