Cave of the Forgotten Dreams - la recensione del documentario di Werner Herzog

14 febbraio 2011
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Cave of the Forgotten Dreams, recensione del documentario di Werner Herzog presentato al Festival di Berlino 2011

Cave of the Forgotten Dreams - la recensione del documentario di Werner Herzog

Cave of the Forgotten Dreams - la recensione del documentario di Werner Herzog


Una volta, François Truffaut ha definito Werner Herzog "il più importante regista vivente”. Che lo sia in senso così assoluto è forse discutibile, ma di certo non è dubitabile che quello del tedesco sia uno dei cinema più necessari e fondamentali della scena attuale.
Da decenni oramai impegnato nella realizzazione di film che hanno segnato la storia del cinema e affascinato generazioni, Herzog rimane alle soglie dei settant’anni uno dei registi più lucidi e intelligenti del panorama mondiale, che prosegue imperterrito e testardo nella proposizione di opere che ragionano in maniera profonda – eppure mai priva di dissacrante e funzionale ironia – sul senso e le contraddizioni della natura umana, sulla relazione dell’uomo con la natura, la Terra, la Storia.
E se il lavoro che sta svolgendo sul versante della fiction regala ancora perle come il suo recente Il cattivo tenente, è soprattutto attraverso l’attività documentaristica rilanciata nella prima metà degli anni Zero che Herzog colpisce e stupisce di più.

Cave of the Forgotten Dreams prosegue con estrema coerenza il discorso portato avanti con titoli come Il diamante bianco, Grizzly Man o quello straordinario cross-over tra finzione e documentario che era L’ignoto spazio profondo. Prosegue quella mappatura antropo-filosofica degli uomini e del pianeta che abitano, con la messa in discussione delle rispettive categorie e dei rispettivi confini, sul senso profondo, addirittura spirituale, di questa complessa relazione. Dopo i ghiacci e lo spazio, dopo l’Alaska e l’Amazzonia, questa volta Herzog immerge la sua macchina da presa nella Grotta Chauvet, scoperta nel 1994 e contenente quelle che sono probabilmente le più antiche pitture rupestri mai pervenute, risalenti a 32mila anni fa, perfettamente conservate all’interno di un ambiente che, per cause naturali, è rimasto praticamente sigillato per millenni.

Che Herzog abbia scelto di utlizzare una videocamera in 3D per meglio rendere la dinamicità di queste opere disegnate su superfici ondulate, non è solo un espediente o un esperimento tecnico, ma in fondo poco importa: tanto più che il regista ha dichiarato che si è trattato di un fatto che non si ripeterà. Quello che conta è che, calandosi e calandoci all’interno di un luogo dove, per usare le sue stesse parole, concetti come tempo e spazio cessano di avere il significato comune, Herzog offre una riflessione di straordinaria intensità sul senso della Storia, dell’Arte, sul ruolo che gli esseri umani pensano di avere. La grotta Chauvet diventa una grotta platonica, Cave of the Forgotten Dreams diventa uno sberleffo nei confronti di coloro credono di essere i proietta(n)ti e che forse sono solo proiezioni, le splendide pitture rupersti un monito imperituro e deperibile al tempo stesso nei confronti di che pensa di lasciare una traccia indelebile e fondamentale senza mai mettere in dubbio il proprio senso, il proprio ruolo, i propri gesti.

Ascetico, eppure smaliziato, sempre in grado - grazie al suo straordinario amore per l’uomo - d’individuare personaggi al limite del reale (come un giovane archeologo ex giocoliere di circo o un paleontologo abbigliato come un uomo primitivo), Herzog ci costringe a riflessioni fondamentali e spiazzanti. E la sua ironia tagliente e dissacrante è sempre funzionale al pensiero che propone, come testimoniato con straniante evidenza da un epilogo affidato a due coccodrilli albini che fanno il paio con l’iguana misterioso che affiancava Nicolas Cage nel recente Cattivo tenente.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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