Cavalli - la recensione del film di Michele Rho

21 ottobre 2011

Due fratelli, Alessandro e Pietro, vivono in una zona rurale dell'Italia centrale sulla fine dell'Ottocento. Accomunano i due bambini, molto diversi tra loro di carattere, l'amore per i giochi spericolati e un forte affetto.

Cavalli - la recensione del film di Michele Rho

Cavalli - la recensione del film di Michele Rho


Due fratelli, Alessandro e Pietro, vivono in una zona rurale dell'Italia centrale sulla fine dell'Ottocento. Accomunano i due bambini, molto diversi tra loro di carattere, l'amore per i giochi spericolati e un forte affetto. Quando la madre muore, il padre, distrutto dal dolore, affida ai figli due cavalli da domare, e li abbandona a loro stessi. Dopo un apprendistato dal maniscalco Pancia, le loro strade di adulti si separano. Alessandro insegue il sogno di una vita diversa, “oltre il confine”, mentre Pietro vuole diventare allevatore e sposare l'amata Veronica, la figlia del farmacista. Ma prima di poter realizzare i loro desideri incontreranno prepotenza, violenza e dolore.

Dispiace sempre non poter dare un giudizio interamente positivo su un film che, come in questo caso, è costato ai suoi creatori “sangue, sudore e lacrime” non metaforici, e che presenta la voglia di uscire dal classico cinema ombelical-generazionale che si fa nel nostro paese, per puntare ad una storia più universale. A giudicare dagli elementi di cui si compone, Cavalli poteva essere un perfetto western di casa nostra: l'ambientazione, gli animali (altamente simbolici) che accompagnano il destino dei protagonisti, gli splendidi paesaggi naturali tra il Gran Sasso e la Toscana, una storia di amore, tradimento, vendetta.

E il film tocca le corde giuste quando lascia parlare i volti e i corpi degli attori, e soprattutto i luoghi, che evocano lo stato d'animo dei personaggi che li abitano. Ma dal momento che è tratto da un racconto in cui i dialoghi sono ridotti all'osso, gli autori hanno avvertito - come se non si fidassero del potere evocativo delle immagini - la necessità di rimpolparli. Lo hanno fatto in modo non sempre efficace, finendo per sottrarre al film fascino e incisività. In una storia in cui si parla di archetipi ed emozioni primarie, a parer nostro, spesso il silenzio è d'oro. La voce umana toglie pathos alla vicenda, che appare congelata e fredda anche nei momenti che dovrebbero essere più coinvolgenti.

Ma a parte questo difetto strutturale (accentuato da una trama ambiziosa ma piuttosto convenzionale), è evidente che si è fatto il meglio possibile col materiale esistente, a fronte di una lavorazione disseminata di difficoltà, incidenti e false partenze. Michele Rho dimostra di possedere una maturità superiore a quella di un regista esordiente e una capacità di valorizzare gli elementi visuali della storia, in grado di promuovere il paesaggio a coprotagonista del film. E bravi sono gli attori, a partire da Michele Alhaique, superiore a Vinicio Marchioni per il carisma che riesce a dare a un personaggio sulla carta meno affascinante ed originale, che con la sua apparente normalità è il vero vincente della vicenda. Duccio Camerini tratteggia con straordinaria espressività il rude Pancia, il maestro che insegna ai ragazzi l'arte di domare i cavalli e che diventa per Pietro una specie di padre putativo. Pippo Delbono, nel ruolo del cattivo, impreziosisce il suo cammeo con un'interpretazione gustosamente fisica, e molto brava è anche Antonella Attili nel ruolo della moglie di Pancia. Peccato, però, che tutte queste qualità non bastino a fare un film riuscito e omogeneo, e che alla fine della visione ci resti la sensazione di un'occasione sprecata.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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