Causeway: recensione del film con Jennifer Lawrence in concorso alla Festa del Cinema di Roma

15 ottobre 2022
3.5 di 5

Diretto da Lila Neugebauer, e sceneggiato anche da Ottessa Moshfegh, il film vede protagonista anche Brian Tyree Henry e debutterà in streaming su Apple TV+ il 4 novembre. Recensione di Federico Gironi.

Causeway: recensione del film con Jennifer Lawrence in concorso alla Festa del Cinema di Roma

L’indie USA, quello vero, quello senza troppe fighetterie. A dispetto del logo A24 che appare in apertura. Silenzi, dolori, rapporti legati a un filo, sì, ma un filo assai più forte di quello che possa apparire in prima battuta.
C’è qualcosa che ricorda vagamente Kenneth Lonergan, ma la regista è Lila Neugebauer, una che ha diretto qualche episodio di serie (tre: in The Sex Lives of College Girls, Room 104 e Maid) ma che viene dal teatro. Dove, guarda un po’, scoperto dopo aver pensato a lui, ha messo in scena proprio un testo di Lonergan. Tutto torna.

Lynsey (Jennifer Lawrence, brava, anche produttrice) ha subito una lesione cerebrale in seguito a una bomba che ha colpito il suo convoglio in Afghanistan. La incontriamo che è quasi paralizzata, in riabilitazione. Poi, quando sta un po’ meglio, torna a New Orleans, la città dalla quale era fuggita, per fuggire da madre inaffidabile e fratello tossicomane. Lì fa amicizia con un meccanico, anche lui vittima di un trauma.
E di traumi parla infatti Causeway, e di come si possono superare, e pure di come accettare quelle cose che facciamo finta non ci tocchino ma che poi, alla fine, sono le più traumatiche di tutte.
L’avvio non è forse folgorante, ti mette addosso qualche preoccupazione sul procedere della storia, ma la fiamma si accende quando Lynsey torna nella sua città, e conosce James (un fenomenale Brian Tyree Henry). Quando i due cominciano a annusarsi, a conoscersi, a confessarsi. A pensare che, forse, in quell’amicizia c’è qualche possibilità di guarigione.

L’esordiente Neugebauer lavora su sottrazione e minimalismo, senza mai forzare la mano nemmeno in quelle direzioni lì, e affidandosi a un copione che, oltre che da Elizabeth Sanders e Luke Goebel, è stato scritto anche da Ottessa Moshfegh, quella di “Il mio anno di riposo e oblio”, una delle stelle più irriventi della nuova letteratura americana.
E difatti Lynsey non è una vittima, né è sempre amabile, per quanto vulnerabile e ferita. Anzi, semmai è lei che ferisce James, la madre, chi le sta vicino con qualche frase che le scappa di bocca e che proprio delicata non è.
Lynsey pensa di avere le soluzioni in tasca, ma sarà lei quella che dovrà imparare una lezione.

Il ritmo è placido e dolente, il fatto che Lynsey trovi lavoro come addetta alla pulizia delle piscine dei ricchi di New Orleans rende l’idea di quando Causeway voglia essere e spesso riesca a essere un film fluido, acquatico, dalla densità chiara ma mai opprimente. Che abbia un colloquio chiarificatore con fratello usando il linguaggio dei segni, quella della voglia di non usare mai parole di troppo.
Il rischio di eccessiva dolenza, che pur si percepisce, viene sempre sventato. Neugebauer si ferma prima che la maionese impazzisca, che i conflitti s’incendino, che la tristezza di tramuti in depressione. Che compassione diventi eccessiva, e dannosa.
Ci vorrebbe un amico, cantava Venditti.
Un amico, una confezione di birre da sei, accettare di non essere d’acciaio e di aver bisogno di condivisione.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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